PAOLO, OLTRE LA PROFESSIONE


Nella mia vita privata ho una famiglia composta da Elena mia moglie, Michelle e Francesco i miei due figli che mi impegnano un bel po’ e che naturalmente seguo con dedizione.

Sono appassionato di sport, mi piace muovermi, camminare in mezzo alla natura e soprattutto in montagna, dove ogni tanto mi rifugio per ritrovare la mia serenità interiore.

E il viaggiare ha per me una notevole importanza, in relazione al fatto che mi dà un senso di libertà e mi porta alla scoperta di nuovi luoghi, nuove culture e mi permette di fare nuovi incontri, che mi arricchiscono continuamente.

Studio di fisioterapia a Lentate sul Seveso

Chi Sono

Passione, curiosità e desiderio di aiutare gli altri sono gli ingredienti che mi muovono ogni giorno nel lavoro; io credo che la competenza si costruisca attraverso l’esperienza sul campo, la pazienza dell’osservazione e l’approfondimento delle materie di interesse attraverso la partecipazione a corsi e convegni, in un campo come quello della fisioterapia che è in costante cambiamento ed evoluzione.
Ritengo poi fondamentale un approccio olistico ed integrato alla persona, in cui la cura della persona passa anche da un’efficace relazione terapista-cliente, basata su empatia ed accoglienza che si svolge in un clima di riservatezza e tranquillità.


I punti salienti del percorso professionale:


PAOLO, OLTRE LA PROFESSIONE

Blog

LE RELAZIONI MENTE-CORPO

LE RELAZIONI MENTE-CORPO

Introdurre il tema della relazioni mente-corpo significa entrare in un campo molto ampio, eterogeneo e che suscita solitamente molto interesse da parte di chi si occupa di questa materia. Questa relazione, partendo dalla classica visione dell’Uomo come costituito dalle tre parti corpo – anima (psiche) – spirito, può essere oggetto di letture che comprendono diversi livelli.

Da alcuni millenni se ne occupano già la medicina cinese e la medicina indiana con il sistema dei chakra; questo per sottolineare come in maniera empirica da tempo gli uomini pensano che l’uomo sia un’entità unica.

Attualmente la disciplina che si occupa delle relazioni mente-corpo, cercando di proporla secondo un modello che sia il più scientifico possibile basato su dati certi è la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia (PNEI).

L’integrazione nel corpo dei diversi sistemi e la loro comunicazione

Psico – si fa riferimento alla mente con tutte le sue parti e i suoi meccanismi tra cui i comportamenti, le emozioni, la coscienza di sé, …

Neuro – il sistema nervoso (formato da sistema nervoso centrale e sistema nervoso periferico) è l’interfaccia tra mente e corpo, dove certamente il primo destinatario dell’attività psichica è il cervello, specificando il presupposto che il cervello non è la nostra mente.

Endocrino – il sistema degli ormoni e di molte altre sostanze circolanti che costituiscono il linguaggio interno principale del corpo per comunicare tra le sue varie parti, che può raggiungere in maniera diretta praticamente ogni singola cellula del corpo.

Immunologia – il sistema immunitario che ha certamente la principale attività di difenderci dagli organismi patogeni è ormai appurato che abbia un ruolo nella regolazione di molti processi corporei, tra cui la mediazione dell’infiammazione.

Questi sistemi sono tra loro integrati e il loro funzionamento è sinergico, al fine di portare a quello stato dinamico di equilibrio interno che è l’ALLOSTASI.

I processi mentali sono in grado di attivare il cervello (nelle sue diverse aree cerebrali) che è connesso al corpo attraverso il sistema nervoso periferico (suddiviso in somatico e neurovegetativo). 

Il sistema neurovegetativo regola le diverse funzioni interne, tra cui il funzionamento degli organi come cuore, polmoni, fegato, pancreas, … oltreché essere in grado di attivare il sistema immunitario attraverso l’accensione e lo spegnimento dei processi infiammatori.

Il sistema immunitario allo stesso modo, se in stato di salute garantisce il buon funzionamento di tutto l’organismo e delle funzioni ad esso collegate; viceversa può essere alla base di malesseri e patologie propriamente dette.

 

Le cellule del sistema nervoso, così come quelle del sistema immunitario possono produrre sostanze  specifiche che una volta rilasciate inviano segnali precisi: ormoni (adrenalina, prolattina, cortisolo, …) citochine (IL-1, IL-6, tnf-α, …) neurotrasmettitori (glutammato, serotonina, dopamina, …) che muovendosi nel torrente circolatorio modificano il comportamento delle cellule. Sono queste le “parole” dell’organismo, costituite biochimicamente da singoli aminoacidi o da brevi catene di essi, che possono muoversi in senso bilaterale, ossia dal sistema nervoso verso il sistema immunitario e viceversa. 

 

Il ruolo centrale dello stress

 

Avendo brevemente chiarito la comunicazione interna caratteristica delle relazioni mente-corpo, si può fare ora un passo indietro ai primi decenni del secolo XX con Sigmund Freud che dà origine alla medicina psicosomatica, che negli USA entrerà in dialogo con le ricerche di Walter Cannon e Hans Selye sullo stress.

 

Selye negli anni ‘30 dimostrò che non solo un batterio o una tossina potevano attivare l’asse dello stress, bensì anche uno stimolo di tipo psicologico, come per esempio (considerando gli animali) la visione di un predatore o lo stare in una gabbia stretta!

 

Nell’uomo valgono gli stessi meccanismi, dove pensieri ed emozioni possono attivare tutta la reazione dell’asse dello stress, con un risvolto sull’intero organismo, proprio in virtù del fatto che le molecole rilasciate in risposta ad un evento stressante, coinvolgono poi in maniera sistemica il corpo nella sua interezza, con risposte differenti in ciascun organo.

 

Lo stress mantenuto a lungo, porta in particolare a cambiamenti nel cervello, squilibra il sistema immunitario, influenza il rilascio ormonale e il metabolismo.

 

Ogni giorno ciascun individuo è esposto, fin dalla nascita, ad eventi che sono potenzialmente stressanti, ma che permettono altresì la crescita e l’evoluzione. Ciò che conta degli eventi non è il fatto che siano stressanti in senso assoluto, ma il fatto che un individuo li percepisca come tali. Questa è la principale differenza che scatena stress nel corpo!

 

È naturale considerare alcuni eventi più stressanti di altri come per esempio un lutto o un trauma emotivo intenso, tuttavia altri eventi apparentemente meno intensi possono essere percepiti come fortemente stressanti già fin dai primi mesi di vita, come è nel caso della carenza di affetto nei neonati (gli effetti sono ben documentati nella letteratura scientifica).

 

Nell’approccio ad una persona con problemi o difficoltà, siano essi grandi o piccoli è necessario considerare queste relazioni e farle rientrare in maniera integrata nel processo di evoluzione della persona stessa.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Bottaccioli F, Bottaccioli AG – “Psiconeuroendocrinoimmunologia  e scienza della cura integrata” – edra edizioni 2017

 

Butler D, Moseley L – “Explain Pain” – NOIgroup publications 2003

 

Selye, H – “Stress without distress” – J. B. Lippincott, Philadelphia 1974

 

INTRODUZIONE AL DOLORE

INTRODUZIONE AL DOLORE

Il dolore è qualcosa con cui tutte le persone sono entrate in contatto, per piccoli o grandi eventi. Il dolore come “segnale di allerta”, per un danno che si è instaurato nel nostro corpo (per esempio una distorsione ad una caviglia) o per una condizione che potrebbe arrecare danno (per esempio il contatto con il fuoco) è un meccanismo di protezione conosciuto.

Esistono diversi tipi di dolore e ciascuno è un evento personale: lombare, mestruale, da cancro, osseo, allo stomaco o all’intestino, neuropatico e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

 

Lo stimolo doloroso

Il nostro corpo per poter attivare il segnale d’allarme dispone di molti recettori, minuscoli corpuscoli inseriti nei vari tessuti che sono sensibili a diversi tipi di stimoli. I recettori hanno una vita breve, di pochi giorni; successivamente essi sono rimpiazzati da altri nuovi recettori. Quando uno stimolo è sufficientemente intenso e interpretato come un possibile danno, ecco che si attiverà un segnale elettrico, che dal recettore verrà indirizzato primariamente verso il midollo spinale. Questa attività è chiamata “nocicezione”.

La nocicezione non è una condizione necessaria, né sufficiente per arrivare a sentire dolore, in quanto il messaggio inviato dai recettori è solamente PERICOLO! Sarà il cervello a decidere se accompagnare, questo stimolo elettrico a quello che verrà percepito come sintomo.

Lo stimolo elettrico risale verso il midollo spinale e a questo livello c’è una prima stazione dove questo impulso potrà essere lasciato passare o arrestato (in un processo chiamato MODULAZIONE), nella sua via prima di raggiungere il cervello.

Quindi dal midollo spinale questo segnale raggiungerà la corteccia del cervello, i centri superiori che avranno il compito di integrare la nocicezione con la coscienza, le emozioni e il sistema degli ormoni.

Una volta che sia avvenuta questa integrazione a livello cerebrale, ci sarà la vera e propria esperienza personale di dolore.

Riassumendo quanto detto finora, si potrebbe dire che il dolore è il risultato di due parti: una percettiva(legata alla nocicezione) e una esperienziale (costituita da esperienze precedenti di dolore, dimensione affettiva, fattori socio-culturali e struttura psichica).

 

Trattare il dolore

A seconda del tipo di dolore occorre considerare importanti non solo i tessuti, ma anche pensieri, umore ed emozioni. La componente esperienziale gioca un ruolo primario soprattutto in certe categorie e non tenerne conto può significare un fallimento nella gestione e cura del sintomo stesso.

Esistono diversi tipi di sindrome dolorosa in cui sembra che la componente psichica possa essere uno degli attori principali. È il caso di:

  • fibromialgia
  • sindrome da fatica cronica
  • lombalgia cronica non specifica
  • dolore di tipo somatoforme

Per concludere nell’approccio al dolore è necessario ragionare in maniera “tridimensionale”, in quanto lo scenario di ciascuna persona è unico e personalizzato. È così auspicabile approfondire la conoscenza dei diversi ambiti della persona, al fine di proporre un trattamento che sia il più possibile mirato ed efficace in un approccio che sia, per usare un termine tecnico, di tipo bio-psico-sociale.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

“Psicologia clinica del dolore” – Enrico Molinari e Gianluca Castelnuovo – Ed. SPRINGER

“Il dolore muscolo-scheletrico” – FACT SHEETS dal sito IASP

“Cassetta di pronto soccorso del dolore” – pubblicazione CHANGE PAIN

LA PLASTICITA’ NEURALE

LA PLASTICITÀ NEURALE

Per anni gli studiosi si sono chiesti come potessero esistere persone molto più intelligenti della media, ad esempio Albert Einstein padre della teoria della relatività.

Il suo cervello diviso in 170 sezioni, è in mostra ora al National Museum of Health and Medicine di Chicago e gli ultimi studi compiuti dall’equipe di Weiwei Men hanno sottolineato come il cervello non fosse più grande del normale (pesava infatti 1230 g, un peso nella norma), piuttosto era un cervello i cui neuroni avevano un numero elevatissimo di connessioni.

Di seguito, cercheremo di capire meglio di cosa si tratta.

Per comprendere a fondo il processo della plasticità neurale, è bene avere chiari alcuni elementi di anatomia del sistema nervoso.

Il sistema nervoso centrale e in particolare il cervello è costituito da diversi tipi di cellule, i cui elementi principali sono i neuroni.

neuroni sono costituiti da diverse parti e essi presentano, a partenza dalla superficie cellulare, delle diramazioni: un assone e molti dendriti. Gli assoni trasportano le informazioni dalla cellula nervosa verso l’esterno, i dendriti trasportano l’informazione verso il nucleo della cellula.

Gli assoni e i dendriti prendono contatto con altre cellule, nervose e non, in modo da permettere lo scambio di informazioni. Il punto di contatto tra cellule nervose si chiama sinapsi.

Per far comprendere meglio, si può paragonare il neurone come ad un lago. Le diramazioni sono costituite da più immissari (che sarebbero i dendriti) e da un emissario (che sarebbe l’assone). A sua volta l’emissario porta l’acqua ad altri canali (i dendriti), che convergono verso altri laghi (altri neuroni), in una rete d’acqua molto fitta.

I neuroni del cervello sono stimati essere tra gli 80 e i 100 miliardi, le sinapsi sono stimate essere circa 100.000 miliardi.

Si può introdurre ora il concetto di plasticità neurale. Con questo termine si indica la capacità dei neuroni e dei circuiti cerebrali di cambiare, strutturalmente e funzionalmente, in risposta all’esperienza.

Il cervello è costituito da due emisferi e diverse aree cerebrali con funzioni specifiche come linguaggio, vista, memoria, udito, motricità, sensibilità, ecc. e queste aree sono tutte tra loro collegate da vie nervose.

Questi collegamenti determinano l’abilità di scambiare informazioni e di interagire tra le diverse aree, al fine di ottenere un risultato.

Ecco un esempio:

Quando si apprende ad andare in bicicletta per la prima volta, c’è una certa difficoltà in quanto coordinare la pedalata, l’equilibrio e nello stesso tempo guardare la strada è un compito complesso. Con l’esercizio (e magari con qualche caduta) si impara a stare su due ruote e a pedalare in maniera sicura.

Una volta che si è appreso tutto questo, nel cervello è certamente cambiato qualcosa, si sono create delle nuove vie nervose tra diverse parti del cervello (si pensi al coordinamento tra vista, equilibrio e schema della pedalata) in modo da permettere lo svolgimento di quanto richiesto.

Le vie neurali per “andare in bicicletta” si sono create proprio con l’esercizio e con la ripetizione del gesto.

Questa plasticità neurale permette al cervello e all’organismo di adattarsi a delle richieste e nello stesso tempo è coinvolta nell’insorgere di alcune sindromi dolorose come l’emicrania o la fibromialgia.

È grazie anche a questo meccanismo di adattamento che è possibile il recupero funzionale dopo danni al sistema nervoso, come è nel caso del recupero post-ictus.

La neuroriabilitazione si occupa proprio di fornire degli stimoli specifici, affinché il cervello che ha subito un danno, possa riorganizzarsi e recuperare (in toto o in parte) la funzionalità perduta.

Per concludere si può dire che per mantenere la plasticità neurale attiva è necessario che tutto l’organismo sia “attivo”:  l’attività fisica, l’ascolto della musica, la meditazione e in generale allenare le abilità cognitive, emotive e sensoriali.

Tutto questo può aiutare il cervello (e tutto il corpo) a mantenere la propria efficienza fino in tarda età!

ARTROSI E DOLORE

ARTROSI E DOLORE
L’artrosi è un problema che affligge milioni di persone in tutto il mondo, con conseguenze che in alcuni casi possono essere molto invalidanti.
In Italia circa 4 milioni di persone soffrono in qualche modo a causa dell’artrosi (fonte ANMAR 2015), mentre negli Stati Uniti di America i sofferenti sono circa 30 milioni (a fronte di una popolazione totale di circa 300 milioni).
Sono questi numeri che devono far pensare all’importanza di tale condizione.

CHE COS’È L’ARTROSI?
L’artrosi è un processo di degenerazione coinvolgente la cartilagine, che riveste le ossa delle articolazioni. Da sempre si è ritenuto che fosse solo l’usura o un carico non ben distribuito sull’articolazione coinvolta, la causa di questa malattia; a partire dagli anni ’90, grazie ai progressi della biologia molecolare, si sono affacciate nuove ipotesi, che pur non trovando ancora unanimità, hanno cambiato radicalmente il modo di vedere questa malattia (ad oggi ancora non conosciuta in tutti i suoi meccanismi).
L’ipotesi più accreditata è quella legata ad un processo di infiammazione dell’articolazione coinvolta, dove inizialmente si svilupperebbe un’infiammazione locale (artrite e/o sinovite) e in seguito a questa, una cascata di eventi porterebbe alla degradazione progressiva della cartilagine e successivamente dell’osso.

Osservando alla radiografia un osso artrosico si può vedere come questo presenti delle superfici non più lisce, lo spazio tra le ossa si riduce fino ad avere la formazione di nuovo osso che causa deformità dell’articolazione stessa.

Dal punto di vista dei sintomi si può avere dolore nel movimento, soprattutto dopo un po’ che si utilizza un’articolazione o appena la si mette in moto, rigidità e fatica.
L’artrosi è classicamente considerata una malattia legata all’età: questo è vero, anche se ancora una volta non basta considerare il tempo che passa come la causa, poiché la situazione ossea a parità di età cambia da persona a persona. Anche in questo caso occorre tirare in gioco l’infiammazione e i cosiddetti radicali liberi che potrebbero avere un ruolo importante nella degenerazione cartilaginea.

DOLORE ED ARTROSI
Molte persone di età avanzata con artrosi, presentano risposte diverse al dolore: qualcuno presenta dolore molto intenso tale da limitare o impedire il cammino (nel caso sia coinvolta un’articolazione degli arti inferiori), qualcun altro presenta dolore sporadico e qualche altro non presenta dolore.
E in tutti i casi è comunque presente un quadro artrosico!

Non basta avere un’articolazione danneggiata per avere dolore. Questo lo si spiega in virtù del fatto che il dolore è influenzato da diversi meccanismi, una parte legata alla nocicezione (in questo caso l’articolazione degradata) e una parte che si potrebbe definire esperienziale (Introduzione al dolore).
In molte malattie e dunque anche nell’artrosi, vi sono molte convinzioni e paure che possono condizionare in maniera importante il dolore e la disabilità. È dunque importante conoscere quali sono le più frequenti, in modo da avere consapevolezza di esse.

In recenti studi è stato evidenziato come le CREDENZE più diffuse siano:

  • La malattia è legata all’età e come tale non è possibile fare nulla per arrestarla e/o curarla
  • I sintomi sono innescati da fatica e sforzi
  • I sintomi sono influenzati dai cambiamenti climatici
  • La fisioterapia fa sentire meno dolore, ma appena la si smette il dolore ritorna

Le PAURE più frequenti sono:

  • Soffrire ancora
  • Perdita della propria autonomia
  • Diventare un fardello per i propri famigliari
  • Perdere la mobilità di tante articolazioni

LE CURE ATTUALI

Sono molte le cure proposte per l’artrosi, dai rimedi popolari a quelli specialistici mirati.
La fisioterapia è una delle terapie più utilizzate: apprendere degli esercizi specifici, il recupero della forza e della mobilità sono gli obiettivi che si cerca di raggiungere in questo genere di trattamenti. L’efficacia della fisioterapia è dimostrata soprattutto nel breve e medio termine.

Assunzione di integratori a base di componenti della cartilagine, quali glucosamina e condroitina. Sono molto utilizzati, anche se la loro efficacia si è dimostrata un po’ controversa.

Assunzione di analgesici e antiinfiammatori. Gli analgesici tra cui il paracetamolo (Efferalgan o Tachipirina) o gli oppiacei (per esempio Palexia o Contramal per citare i più usati) agiscono unicamente sul dolore, in molti casi con buoni effetti. Gli antinfiammatori come Ibuprofene (Brufen), Naprossene (Momendol, Synflex), Ketoprofene (Oki) hanno un’azione differente rispetto agli antidolorifici perché agiscono sull’infiammazione; questi ultimi hanno maggiori effetti collaterali soprattutto a carico dello stomaco e dell’apparato digerente.

Infiltrazioni di acido ialuronico. Quest’ultimo che è un lubrificante dell’articolazione, è utilizzato come approccio quando l’articolazione presenta segni di degenerazione, ma non ancora tale per cui è necessario un intervento chirurgico.

Chirurgia ortopedica. Si ricorre alla chirurgia quando la compromissione dell’articolazione è molto avanzata, quando dunque la funzionalità è molto ridotta e sia anche accompagnata da dolore. Si interviene con efficacia soprattutto sulle articolazioni di anca, ginocchio e in misura minore spalla.

LA CURA INTEGRATA E I PROGRAMMI DI EDUCAZIONE TERAPEUTICA
Il dolore e tutte le condizioni ad esso associate (come in questo caso l’artrosi) si possono considerare così di origine multifattoriale, dove la componente legata ai tessuti, quella collegata alle emozioni (compresa la paura), quella collegata alle esperienze pregresse sono in egual misura importanti e dunque per lavorare in maniera efficace sulla gestione del dolore è giusto affrontare ciascuna di queste componenti.
Ci si trova così a quella che si può definire una cura integrata, in cui la persona sofferente a causa dell’artrosi si trova a relazionarsi con diverse figure professionali, che potrebbero aiutarla nei vari passaggi collegati alla malattia.
Avere corrette informazioni riguardo la malattia permette di limitare quanto c’è di sconosciuto e dunque di sentirsi più “padroni” della situazione.
Infine un programma terapeutico in cui si combinino esercizi (magari anche in gruppo), un sostegno ricevuto da parte del medico di base, del fisioterapista, dei famigliari permette una netta riduzione del dolore e della disabilità.

Bibliografia
Victoria Carmona-Terés, Jenny Moix-Queraltó, Enriqueta Pujol-Ribera, Iris Lumillo-Gutiérrez, Xavier Mas,
Enrique Batlle-Gualda, Milena Gobbo-Montoya, Lina Jodar-Fernández and Anna Berenguera – “Understanding knee osteoarthritis from the patients’ perspective: a qualitative study” – BMC Muscoloskeletal Disorders (2017) “18:225
Xavier Houarda, Mary B. Goldringb, and Francis Berenbauma – “Homeostatic Mechanisms in Articular Cartilage and Role of Inflammation in Osteoarthritis” – Curr Rheumatol Rep. 2013 November ; 15(11): 375
E. Coudeyre a,b,*, K. Sanchez c, F. Rannou c, S. Poiraudeau c, M.-M. Lefevre-Colau – “Impact of self-care programs for lower limb osteoarthritis and influence of patients’ beliefs” – Annals of Physical and Rehabilitation Medicine 53 (2010) 434–450
Francis Berenbaum, Pierre Chauvin, Christophe Hudry, Florence Mathoret-Philibert, Maud Poussiere, Thibault De Chalus, Caroline Dreuillet, Françoise Russo-Marie, Jean-Michel Joubert, Alain Saraux – “Fears and Beliefs in Rheumatoid Arthritis and Spondyloarthritis: A Qualitative Study” – Plos One (2014)

LA GESTIONE DEL DOLORE SENZA FARMACI

LA GESTIONE DEL DOLORE

Il dolore è definibile come un’esperienza, certamente spiacevole composta da una componente biologica (presenza di infiammazione, alterazione della propria enterocezione, attivazione del sistema immunitario) e da una componente esperienziale e comportamentale (catastrofizzazione, rimuginio, depressione, disabilità fisica).

Nella gestione del dolore, soprattutto quello di tipo cronico, è possibile e auspicabile fare una valutazione che indaghi

  • parametri biologici, come tipo di dolore, assetto nutrizionale, stato infiammatorio, ritmi del sonno
  • parametri psicologici come comportamenti, pensieri disfunzionali, caratteristiche caratteriali
  • parametri sociali quali il tipo di lavoro con l’eventuale presenza di turni, precariato, povertà, disoccupazione, relazione con amici e partner, …

Per migliorare questa situazione costituita da diversi elementi, la parola chiave è RESILIENZA. Quest’ultima, in scienza dei materiali è la capacità dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi. Applicato all’uomo questo concetto si può dire che sia la capacità di accettazione di una situazione, anche difficile, e partendo da essa mettere in atto una serie di strategie, al fine di migliorare il proprio stato e riportarsi verso uno stato di benessere globale (il vero concetto di salute così come è concepito dall’OMS).
Per riuscire a rispondere a questo principio esteso di salute, si propone un sistema di cura che non risponda al semplice concetto causa-effetto, bensì un concetto di medicina che sia integrata e personalizzata.

In un recente studio del 2017 pubblicato sul British Medical Journal, per la gestione del dolore cronico si propone una medicina che affianca quella “tradizionale allopatica”, con una serie di approcci:
• sistemi di cura olistici come la medicina tradizionale cinese, l’Ayurveda, la naturopatia
• tecniche “mente-corpo” come lo Yoga, la meditazione, la mindfulness, il rilassamento, il tai-chi, la musico-terapia, la preghiera
• tecniche manuali come il tui-na, il massaggio, la terapia manuale, tecniche osteopatiche
• integrazione funzionale e dieta, apportando il corretto livello dei principi nutrizionali, integratori naturali

Le strategie nutrizionali sono importanti al fine di ridurre il dolore: è importante favorire il calo ponderale, un regime dietetico che tenga conto anche dei ritmi personali, l’assunzione di cibi antinfiammatori come salmone, olio d’oliva, frutta secca oleosa. In generale si può dire che una “vera” dieta mediterranea ha un grosso potere antinfiammatorio.

L’attività fisica: essa in presenza di dolore cronico può aggravare il dolore. È per questo che è importante la consapevolezza corporea (INTEROCEZIONE): essa è un concetto che racchiude la capacità di “sentire e ascoltare” il proprio corpo, non solo con il suo dolore ma anche e soprattutto con le sensazioni fisiche ed emotive che istante per istante ci dona, a seconda anche della situazione in cui ci si trova.
A questo proposito diverse tecniche vengono in aiuto: lo yoga, il metodo Feldenkrais, il tai-chi che stimolano la consapevolezza dall’interno, attraverso l’esperienza del movimento e sono in grado di riconnettere il cervello con le sensazioni corporee. In questo modo si è in grado di eseguire movimenti che non siano “standard”, bensì siano personalizzati e quindi adatti alla propria personale condizione fisica.

Per concludere:

« La medicina scientifica integrata non è una disciplina o un metodo, bensì un modo di pensare che applica concetti sistemici per comprendere fisiologia e patologia, fornendo un modello di riferimento per comprendere la complessità delle sollecitazioni cui è sottoposto il nostro organismo e, conseguentemente, sviluppare nuovi trattamenti fondati su complessità e dinamismo »
                                                                                                                                        Goldstein 2013

 

Articolo redatto sulla base dell’intervento di Chiara d.ssa Cusa in data 13 ottobre 2017 durante l’evento “Dolore: istruzioni per il non uso – 2 edizione” tenutosi a Cermenate (CO)

L’OSTEOPOROSI E LA SUA GESTIONE

L’OSTEOPOROSI E LA SUA GESTIONE

Ai fini di capire meglio cosa sia l’osteoporosi e cosa possiamo fare per combatterla e conviverci meglio, è fondamentale introdurre le basi elementari del metabolismo osseo.

IL METABOLISMO OSSEO

Le ossa sono composte da cellule, fibrille e minerale.
Tra le principali cellule ossee troviamo gli osteoblasti, che hanno la funzione di sintetizzare la struttura dell’osso, gli osteociti che mantengono il funzionamento del tessuto e gli osteoclasti che distruggono la struttura. Questo avviene perché il tessuto osseo, così come tutti gli altri tessuti corporei, viene costruito, distrutto e sostituito più volte nell’arco della nostra vita.

La copertura delle fibrille è costituita da idrossilapatite, che altro non è che un minerale composto a sua volta dal 60% di calcio, 30% di fosforo e circa il 10% di ossigeno e idrogeno. Questo minerale è possibile vederlo sotto forma di roccia in Norvegia.

 

Riassumendo l’osso è così composto: 70% di sostanza minerale (idrossilapatite, magnesio, potassio, fosforo e cloro) e 30% di sostanza organica (collagene e cellule ossee).
Il calcio è possibile introdurlo nell’organismo tramite l’alimentazione quotidiana: latte, formaggio, verdura verde a foglia larga, rucola, soia, mandorle, melassa, semi di chia e di lino, quinoa, broccoli, erbe e aromi.

 

Nell’organismo il calcio mineralizzato è presente con una quota del 98% nelle ossa e contiene un pool labile ovvero rapidamente scambiabile e disponibile e un pool stabile che funge da scorta. Il calcio è anche circolante nel sangue in una quota dell’1%, di cui il 40% è attivo, il 50% è legato a proteine (albumina) e a fosfati in forma inattiva. Infine c’è ancora una quota dell’1% di Calcio Extra e Intra cellulare.
Anche il fosforo è possibile introdurlo nel corpo ogni giorno con il cibo: pesce, latte, formaggio, uova, carne rossa, semi di zucca, semi di girasole, anacardi, pinoli secchi, amaranto, noci, farina di segale, mandorle, quinoa, pistacchi.
L’80% del fosforo è contenuto nel tessuto scheletrico e la restante parte nel tessuto muscolare e nei liquidi organici. Il fosforo viene assorbito con gli alimenti e in gran parte eliminato per via urinaria. Il suo metabolismo è strettamente correlato a quello del calcio ed è regolato dal paratormone (PTH), dalla calcitonina e dalla vitamina D.
La vitamina D si sviluppa essenzialmente dall’esposizione solare. E’ importantissimo esporsi al sole, con le dovute precauzioni e si può assumere vitamina D con l’alimentazione: formaggi grassi, olio di pesce, uova, aringa, merluzzo, salmone, sardine, sgombro, tonno, crostacei, molluschi.

 

VALORI DI RIFERIMENTO Uomo/Donna:

 

Ca Totale: (8.5-10.5) mg/dL
Ca Ionizzato: (4.4-5.4) mg/dL

 

Fosforo: (3.0-4.5) mg/dL

 

25-OH Vitamina D3:
> 30 ng/mL (70-80 nmol) = Normale
12-30 ng/mL (40-70 nmol) = Insufficiente
5-12 ng/mL (20-40 nmol) = Deficit, Carenza
< 5 ng/mL (<20 nmol) = Severa Carenza

 

 

 

OSTEOPOROSI

 

L’osteoporosi è una malattia sistemica dello scheletro, caratterizzata da ridotta massa minerale e deterioramento microstrutturale del tessuto osseo, con conseguente aumento della fragilità dell’osso e un maggior rischio di fratture.
In Italia si stimano 5 milioni di persone affette, di cui l’80% sono donne in post-menopausa. Ogni anno si verificano 80.000 fratture di femore.
I siti di frattura più frequenti sono: femore, omero prossimale, vertebre, polso e caviglia.
L’osteoporosi è uno stato carenziale dell’osso e si manifesta quando si perde troppo tessuto osseo o se ne produce troppo poco o le due condizioni insieme. Come risultato le ossa diventano fragili e possono rompersi con una caduta o, nei casi più gravi, anche a seguito di azioni semplici, come starnutire o sbattere contro mobili.
Osteoporosi significa “ossa porose”. Se si guarda il tessuto osseo sano al microscopio, si osserva che parti di esso hanno l’aspetto di un nido d’ape. Se avete l’osteoporosi, i fori e gli spazi del nido d’ape sono molto più grandi di quanto non siano in un osso sano.

L’osteoporosi è spesso denominata una “malattia silenziosa”, perché non si possono sentire le ossa sempre più deboli. La frattura è spesso il primo segno di osteoporosi oppure si può notare che la parte superiore della schiena è curva in avanti. Se si verifica perdita di altezza o la colonna vertebrale è curva, la malattia può essere già in uno stadio avanzato.
Con il termine “massa ossea” si intende un indice che misura la quantità di minerali presente nel nostro scheletro. Intorno ai 20-25 anni si raggiunge l’assetto definitivo dell’osso.
Il picco di massa ossea si raggiunge intorno ai 16-18 anni per le femmine e 20-22 anni per i maschi.
La perdita di massa ossea inizia tra i 35-45 anni nelle donne e tra i 40-50 anni nell’uomo.
Con la menopausa accresce la perdita di massa ossea nelle donne a seguito della ridotta secrezione di estrogeni da parte delle ovaie.
La MOC o mineralometria ossea computerizzata è lo strumento con cui si misura la massa ossea. In linea generale si può dire che più la massa ossea è alta, più l’osso è robusto. Per esempio si calcola che in una donna di 50 anni con massa ossea normale e con normali prospettive di vita, il rischio di avere in futuro una frattura di osteoporosi è del 13%. Se la sua massa ossea è bassa, il rischio raddoppia. Quindi valutare in termini quantitativi la componente minerale dell’osso e la sua variazione nel tempo permette di diagnosticare la presenza o meno di osteoporosi, e il rischio di svilupparla in futuro.
Esistono dei fattori di rischio per l’osteoporosi. Si distinguono in fattori di rischio immodificabili e modificabili.
I fattori di rischio a cui non si può porre rimedio sono i seguenti: famigliarità, menopausa, avere più di 50 anni, essere donna, esilità, basso peso corporeo.
Invece i fattori di rischio modificabili e su cui è possibile lavorare sono: insufficienza di calcio e vitamina D, scarso apporto di frutta e verdura, regime alimentare troppo proteico, ricco di sale e caffè, vita sedentaria, fumo e alcool.
L’esercizio fisico regolare è un cardine nei programmi di intervento nella gestione dell’osteoporosi in quanto aumenta la massa ossea, riduce il consumo di analgesici, aumenta l’abilità funzionale nelle attività quotidiane e migliora la qualità della vita. Infatti il peso del corpo unito alla forza di gravità stimola positivamente la calcificazione. Sono molto utili esercizi di carico come camminare, ballare, ginnastica dolce in acqua e fare le scale.
Gli esercizi di resistenza rafforzano la muscolatura e prevengono il rischio di cadute. Gli esercizi posturali di balance sono utilissimi, in quanto riducono il rischio di fratture, migliorando l’equilibrio e l’allineamento del corpo. Possono essere dannosi esercizi di rotazione del tronco e le flessioni, in quanto aumentano il rischio di fratture vertebrali.

La sintomatologia nell’osteoporosi è generalmente assente, in quanto il dolore subentra solo al momento della frattura e non preventivamente. Solo in rari casi alcuni pazienti accusano dolore da affaticamento, quando stanno in posizione eretta. Il dolore nelle fratture vertebrali, ovvero lo schiacciamento più o meno accentuato del corpo vertebrale, si percepisce in modo violento. Il dolore non passa in alcuna posizione ed in genere è localizzato nella parte interessata, ma può anche estendersi in base al nervo spinale coinvolto. La guarigione totale avviene nell’arco temporale di 2-4 mesi. Quanto appena descritto riporta cosa significa soffrire di dolore acuto nell’osteoporosi.

Insieme a quest’ultima ci possono essere altre condizioni, che portano ad una cronicizzazione del dolore.
Esistono diversi modi per cercare di affrontare meglio la convivenza da dolore cronico:
– accettarsi
– gioire dei propri miglioramenti
– programmare la vita laddove è possibile
– non isolarsi
– fare attività piacevoli
– farsi aiutare (supporto)
– pazienza

 

Articolo redatto da Elisa dott.ssa Pratiffi durante la manifestazione “Dolore: istruzioni per il non uso – seconda edizione” tenutasi a Cermenate (CO)

 

DOLORE IN MUSICA

DOLORE IN MUSICA (LA MUSICOTERAPIA APPLICATA AL DOLORE)

La musica è fortemente legata all’uomo e per questo motivo può influenzare molti aspetti fisiologici ed emotivi. La musica è utilizzata per curare diversi disturbi neurologici, psichiatrici ed emotivo/relazionali ed ha anche sempre più un ruolo in ambito ospedaliero. Si parla così di musicoterapia.

Tra le varie tecniche musicoterapeutiche, l’ascolto della musica e, in particolare della musica preferita dal paziente, riduce l’ansia e il dolore derivanti da procedure chirurgiche o mediche, prima e durante gli interventi.

La musica è stata usata anche per ridurre il dolore in assenza di procedure mediche, ad esempio in condizioni di dolore cronico.
Questo perché è in grado di attivare alcuni sistemi neurochimici legati alla ricompensa, alla motivazione e al piacere. Influisce positivamente anche su stress, attivazione emotiva e sistema immunitario, modulando alcuni recettori come quelli della dopamina, degli oppiacei, del cortisolo, della serotonina ecc…
L’ascolto musicale individualizzato può ridurre dolore, ansia, depressione, dosaggio di farmaci anestetici o analgesici in popolazioni diverse tra cui: anziani (osteoartrite o dolore cronico causato da patologie legate all’invecchiamento), pazienti oncologici e donne con tumore al seno (dolore e ansia legati sia alla diagnosi sia al trattamento), donne che si devono sottoporre a parto cesareo e pazienti che si devono sottoporre a procedure urologiche con anestesia spinale, calcoli dell’apparato urinario.

Una particolare intelligenza artificiale (Melomics Health) può comporre musica adeguata a bambini per distrarli da test cutaneo che spesso è motivo di ansia e sensazione di dolore. Grazie ad un dispositivo tecnologico e ad una opportuna sonorizzazione si sta testando un protocollo (Sonichand) per rendere più efficace la riabilitazione neuromotoria della mano in pazienti colpiti da ictus, supportando gli esercizi della terapia motoria ostacolati spesso dal dolore percepito.

Articolo redatto da Daniele dott. Molteni sulla base della relazione tenuta durante la manifestazione “Dolore: istruzioni per il non uso – 2 edizione” a Cermenate (CO)

NUTRIZIONE E INFIAMMAZIONE

NUTRIZIONE, INFIAMMAZIONE E DOLORE

Negli ultimi anni si parla sempre più dell’alimentazione e dell’importanza che essa riveste
nella prevenzione delle malattie.
È davvero così importante l’alimentazione? Quali sono le abitudini errate?
Per iniziare si può parlare di NUTRIGENOMICA, una parola che indica la combinazione
della nutrizione e della genetica. I nutrienti (proteine, carboidrati, grassi, vitamine) sono
utilizzati dal corpo e possono influenzare l’espressione di alcuni geni presenti nel DNA, così
come i geni possono influenzare la risposta dell’organismo ai nutrienti.
Occorre sapere che lo stile di vita e le abitudini alimentari, nel corso degli ultimi decenni, è
profondamente cambiato in quanto è diminuito molto il consumo calorico (minor attività
fisica e ambienti termicamente più protetti) e si mangiano meno frutta, verdura, pesce con
frequenti spuntini a base di “cibo spazzatura”.
Le varianti dei geni, che possono venir favorite dall’alimentazione, interessano soprattutto
alcune sostanze che favoriscono l’infiammazione come l’interleuchina 6 (IL-6), il fattore di
necrosi tumorale (TNF) e la proteina C-reattiva (PCR). Alti livelli di queste sostanze fanno
si che l’infiammazione si protragga oltre il tempo necessario, aumentando così la
possibilità che l’individuo sviluppi malattie infiammatorie, asma, allergie, intolleranze.
L’eccesso di grasso corporeo favorisce anch’esso l’infiammazione e tante patologie cardiovascolari.

Tra i vari processi il meccanismo infiammatorio ha un’azione anche sulle articolazioni
portando verso una cronicizzazione dell’infiammazione, che sarebbe causa di artrosi e
anche di dolore.

In che modo l’alimentazione può prevenire le malattie a carico dello scheletro e delle
articolazioni ?
Ecco di seguito i principali fattori che favoriscono i processi dannosi all’organismo:

  • Eccesso di zuccheri raffinati presenti in biscotti, gelato, dolci, pane bianco, farine
    bianche
  • Eccesso di grassi dannosi nelle carni rosse, alcuni formaggi, margarina, grassi
    idrogenati
  • Scarso apporto di fibre e vegetali freschi
  • Scarso apporto di grassi sani presenti nel pesce, olio extravergine di oliva, noci e
    nocciole
  • Inadeguato apporto di vitamine e Sali minerali

GLI ZUCCHERI O CARBOIDRATI
Un nutriente fondamentale della dieta sono i carboidrati. Essi si differenziano tra loro in
base alla loro capacità di innalzare il livello della glicemia e quindi di stimolare la
produzione di insulina. Va ricordato che alti livelli di insulina sono stati associati ad alti
livelli di indici infiammatori nel sangue (tra cui PCR e IL-6).
La diversa capacità di innalzare la glicemia di un alimento è chiamata INDICE GLICEMICO.

Esso è classificato in 3 categorie:
 BASSO < 50 mg/dl
 MEDIO >50 < 70 mg/dl
 ALTO > 70 mg/dl
Gli elementi a basso indice glicemico non stimolano l’insulina.

Selezionando gli alimenti a basso indice glicemico e riducendo le quantità di carboidrati
introdotti è possibile diminuire l’infiammazione, ridurre il rischio di obesità e di diabete.
Le malattie reumatiche e la psoriasi sono fortemente influenzate da elevati livelli di
insulina nel sangue.

I GRASSI
Esistono principalmente quattro categorie di grassi:

  1.  Saturi
  2.  Monoinsaturi
  3.  Polinsaturi omega-3
  4.  Polinsaturi omega-6

I grassi “buoni” sono quelli mono e polinsaturi, contribuiscono alla diminuzione
dell’infiammazione e sono contenuti nell’olio extravergine di oliva, nell’olio di lino, nella
frutta secca e nel pesce.
I grassi “nocivi”che sono quelli saturi e idrogenati che contribuiscono all’infiammazione
sono contenuti soprattutto nei formaggi, nella carne e nelle margarine.

Perché i grassi sono fondamentali per l’organismo? Perché essi costituiscono soprattutto le
membrane di tute le cellule presenti nel corpo umano. Una membrana composta da grassi
sani svolge correttamente la sua funzione, una membrana composta di grassi nocivi si
danneggia, favorisce l’infiammazione e la produzione di radicali liberi.

È fondamentale anche bilanciare le quantità di grassi omega-3 e omega-6, dove solitamente
gli ultimi sono in eccesso.

È possibile valutare la composizione dei grassi che compongono le cellule tramite il Fat
Profile, in modo da sapere se ci sono squilibri di membrana ed evidenziare il bilanciamento
tra i diversi tipi di acidi grassi.

LE PROTEINE
Le proteine sono fondamentali nella dieta poiché contribuiscono ad apportare gli
amminoacidi, cioè i mattoni del nostro corpo.
Per garantire nel tempo il mantenimento di una buona massa magra è importante
assumere una quantità di proteine pari a 1/1,5 g per kg di peso ideale e con una buona
qualità.

Questo garantisce nel tempo una diminuzione del rischio di sarcopenia (perdita di massa
muscolare magra) che sarebbe alla base di molti problemi nelle persone over 65 tra cui la
riduzione della mobilità e la capacità di mantenere un buon stato di salute.

In conclusione si può dire che ogni individuo possa avere una predisposizione genetica alle
malattie infiammatorie. Questa predisposizione associata ad uno scorretto regime
alimentare può far innescare la patologia vera e propria.
Bilanciando correttamente la dieta si può fare molto per prevenire molti tipi di malattie.

 

Articolo redatto sulla base della relazione di Roberto dott. Maugeri tenuta durante la manifestazione “Dolore: istruzioni per il non uso – 2 edizione” svoltasi a Cermenate (CO)

L’INTEROCEZIONE

L’INTEROCEZIONE
L’interocezione nacque nel 1906 introdotta dal neurofisiologo sir Charles Sherrington che lo definì come l’insieme degli stimoli che giungono dagli organi interni viscerali.

 

Il prof. sir Charles Sherrington,

neurofisiologo e poeta

 

 

A partire dagli anni 2000 il concetto è stato via via esteso e attualmente la definizione di Craig del 2002 è quella più completa e universalmente riconosciuta:

 

“Interocezione come percezione delle sensazioni fisiologiche dell’intero corpo”.

 

Descrivendola con altre parole essa può essere considerata come la capacità di avvertire/sentire in modo conscio ed inconscio i movimenti viscerali (tra cui battito cardiaco, respiro, peristalsi, sensazione di fame e sete, …) le modificazioni metaboliche (pH, pO2, …), la risposta interiore che hanno gli eventi tenuto conto della dimensione affettiva, emozionale e motivazionale.
Dunque si comprende come l’interocezione al momento sia un concetto ampio che comprende diversi aspetti della persona contemporaneamente: le emozioni, la fisiologia, il pensiero, il corpo, … si integrano e sono percepiti sotto forma di sensazioni corporee.

 

L’INTEROCEZIONE NEL CERVELLO
A livello cerebrale tutte le informazioni inviate dal corpo raggiungono diverse aree cerebrali tra cui l’insula, la corteccia prefrontale, l’area sensitiva primaria, la corteccia cingolata anteriore, la sostanza grigia periacqueduttale.
Tra queste l’insula (una porzione del cervello che si situa appena al di sotto della corteccia) ha un ruolo primario: a questo livello sembra si creino delle “mappe corporee” in cui diversi circuiti cerebrali portano le loro informazioni sovrapponendo sensazioni interne, sensazioni esterne, azioni, emozioni, motivazioni e pensieri.

 

Il lobo dell’insula, porzione chiave del cervello

coinvolta nell’interocezione

 

 

Sebbene il termine interocezione sia stato usato a partire dagli anni 2000, occorre ricordare come sia dalla metà del secolo scorso, che si sono moltiplicate le pubblicazioni specialistiche relative alla capacità del corpo di processare le informazioni interocettive derivanti dai vari organi o sistemi.
Ne sono un esempio la capacità di percepire il battito cardiaco, la percezione della fame o della pienezza, il calore e il freddo, le sensazioni gradevoli e sgradevoli, …
La neurofisiologia insegna che l’insula sia coinvolta nei processi di attenzione, nel prendere decisioni, nella consapevolezza senso-motoria, nel percepire il tempo, nell’empatia, nell’ascolto e produzione di musica, nel dolore, nella regolazione dei sistemi organici.
Da questo si può dedurre che l’interocezione abbia influenza su molti comportamenti e più in generale nella regolazione di quel meccanismo fondamentale per il corpo che è l’omeostasi o se si vuole in un concetto più esteso l’allostasi.

 

LA RISPOSTA DELL’ORGANISMO
L’allostasi può essere considerata come la capacità di mantenere la stabilità dei sistemi fisiologici tramite un cambiamento, ossia la capacità dell’organismo di adattarsi alle diverse richieste dell’ambiente interno ed esterno.
Essa ha a che vedere con il concetto ingegneristico della resilienza, dove quest’ultima in psicologia è intesa come l’abilità a far fronte in maniera positiva ad eventi avversi o in generale stressanti.

 

La resilienza è un’abilità che permette di

adattarsi in diverse condizioni di vita

 

 

Riassumendo quanto esposto sinora, l’interocezione è un’insieme di percezioni che coinvolge l’intero organismo che racchiude mente e corpo in una stretta relazione.
Si può capire come un’alta interocezione sia collegata ad una buona consapevolezza del sé, includendo la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni.
Aumentando la consapevolezza è possibile rispondere alle richieste dell’ambiente in modo più efficace, mettendo in gioco la resilienza e di conseguenza un’efficiente meccanismo di allostasi.

 

Un organismo con un’interocezione organizzata:
– Si adatta più facilmente
– Sopravvive
– È sicuro
Viceversa, un’interocezione alterata espone a:
– Affaticamento
– Entra in allerta e porta all’ansia patologica
Attualmente un’alterazione nell’interocezione è supposta essere alla base di patologie come:

 

  • Stress da disturbo post-traumatico
  • Anoressia e bulimia nervosa
  • Depressione maggiore
  • Dolore cronico

 

Per concludere, le possibilità attualmente oggetto della ricerca sulla capacità di aumentare la consapevolezza sono diverse. Tra le varie si citano la meditazione e la mindfulness che con la loro capacità di riorientare l’attenzione verso le sensazioni interocettive sono naturalmente votate alla consapevolezza.

 

L’ascolto del corpo e delle sensazioni

ad esso collegate sono fondamentali

per una buona consapevolezza

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Chiera et al. (2017), La PNEI e il sistema miofasciale: la struttura che connette, Edra, Milano.

 

Craig (2009), “How do you feel – now? The anterior insula and human awareness”, Nature Reviews Neuroscience

 

Haase et al. (2016) “When the brain does not adequately feel the body: links between low resilience and interoception”, Biological Psychology

 

 

 

 

 

PICCOLE SUGGESTIONI PER GESTIRE IL DOLORE

Il dolore è un problema molto diffuso. Solo in Italia si stima che 1 persona su 5 soffra di dolori cronici (circa 12 milioni) e ogni anno vengono spesi circa 11 miliardi di euro in visite e terapie.
In Europa il dolore cronico colpisce circa 100 milioni di persone, con una prevalenza del 50% nella popolazione anziana.
Questi dati dicono con chiarezza quanto il dolore e, in particolare quello cronico, sia una vera piaga sociale e come tale vada trattato, perché le persone possano avere una qualità di vita più elevata.
Si è introdotto cosa sia il dolore (introduzione al dolore), come sia importante la farmacologia, ma che esistono anche diversi sistemi e mezzi per migliorare la condizione dolorosa, anche integrando i farmaci.
In questo articolo vorrei inquadrare alcuni degli aspetti che vengono coinvolti nelle persone che soffrono e quindi dare anche qualche indicazione concreta su come iniziare a gestire il dolore.

Una delle prime componenti che viene colpita nelle persone con dolore è il movimento. È normale che in seguito ad un trauma o ad un dolore, il cervello decida di non farci muovere la parte del corpo coinvolta. Se la situazione si prolunga eccessivamente, si può andare incontro ad una vera e propria paura del movimento, che prende il nome di kinesiofobia. Il fatto è che questa paura può continuare ben oltre la fine dello stimolo doloroso (ossia quando l’origine del dolore è sparita) e condizionare il movimento, magari senza che ce se ne renda conto.
Potrebbe essere così importante soffermarsi un po’ su questo aspetto. Qui ci si ricollega alla capacità di sentire il proprio corpo (interocezione) e in particolare alla sensibilità di “sentire” muscoli e articolazioni (propriocezione).

Per fare questo passaggio è necessario fermarsi ad ascoltare il proprio corpo.

 

Ti propongo a questo scopo un piccolo esercizio di consapevolezza per la colonna lombare.

  • Sdraiati (meglio su un piano duro) con le ginocchia flesse, in modo da appoggiare le piante dei piedi. Inizia a percepire come è l’appoggio della tua colonna lombare: c’è spazio? Un lato è più aderente dell’altro? Tutto il tratto appoggia?
  • Ora prendendo una palla morbida (di gommapiuma), puoi metterla al centro dell’osso sacro. La palla non deve dare fastidio.
  • Puoi iniziare a basculare il bacino avanti e indietro lentamente, lasciando che la tua attenzione rimanga sulla colonna lombare, in maniera da sentire cosa succede durante questo movimento.
  • Quando senti di fare il movimento in modo abbastanza fluido e piacevole, puoi fare dei movimenti laterali del bacino, verso destra e sinistra, ascoltando il corpo. Ripeti il movimento lentamente e finché ne hai voglia.
  • Ora, facendo in modo che la palla rimanga il centro del tuo cerchio, disegna con il bacino un orologio, lentamente, in senso orario e poi antiorario, notando le differenze, nel movimento tra i due lati, le difficoltà e la facilità incontrate e via così.

Come risponde il tuo corpo a tutto questo? Cambia il dolore durante l’esercizio? Se sì, in che modo?

 

Un altro aspetto, importante per gestire il dolore può essere il respiro. Attraverso il respiro si può portare rilassamento al corpo, si può diminuire lo stato di stress, modulare l’intensità delle nostre emozioni.

 

 

Ecco un altro piccolo esercizio, che in cinque minuti, può aiutarti.

  1. Stenditi e porta l’attenzione al tuo respiro.
  2. Una mano può essere appoggiata sulla pancia, l’altra sulla parte laterale della gabbia toracica, per aiutarti a sentire i movimenti del tuo corpo durante la respirazione.
  3. Il tuo respiro è ora mantenuto attraverso il naso, sia durante la fase di inspirazione che durante la fase di espirazione.
  4. Gradualmente il respiro si fa lento e profondo, senza alcun tipo di forzatura.
  5. Puoi sentire che il ventre si gonfia durante l’inalazione e si sgonfia nel momento in cui l’aria esce.
  6. Ripeti il movimento per 10 o 15 volte.

Come è stato praticare l’esercizio? Come ti senti ora che sei giunto al termine?

Questi esercizi, brevi e semplici hanno lo scopo di aiutare a gestire il dolore, attraverso un contatto “diverso” con il proprio corpo e quindi anche con la propria parte dolente.

 

DOLORE: NEMICO O ALLEATO?

IL CICLO DEL DOLORE

Il termine dolore racchiude in una parola tantissime accezioni, che solo i più fortunati hanno avuto l’onore di conoscere. Dalla definizione del vocabolario di lingua italiana, il dolore sembra essere una sensazione penosa, diffusa o localizzata, susseguente alla stimolazione di particolari ricettori sensitivi da parte di agenti di varia natura e intensità oppure, lo stesso, è descritto come stato di sofferenza spirituale provocata da realtà ineluttabile, che colpisce duramente il corso della vita.
Credo che, al di là della definizione classica, sia importante specificare anche altri aspetti del tema dolore. Personalmente ho avuto modo di venire a contatto con il dolore in tenera età a causa di una rara malattia ossea, per questo motivo mi sento sufficientemente esperta per dare qualche consiglio.
In 35 anni di stretta convivenza con la malattia e il dolore (o forse dovrei dire malattia-dolore?!) ho capito che nella mia vita spesso si verifica quello che io chiamo: il ciclo del dolore. 

 

 

Disperazione è la prima fase con cui ci si scontra quando si scopre di avere un dolore persistente e resistente a molteplici terapie, ed è caratterizzata dal buio totale, dalla tristezza e dalla rabbia, espressa con “perché proprio a me?”.
Partecipazione passiva generalmente è conseguente alla disperazione ed esprime sentimenti quali la rassegnazione e la preoccupazione per il proprio futuro. In questa fase si è poco partecipi della propria vita e ci si sente in gabbia: è come se si fosse meri osservatori di se stessi.

Finalmente dopo questa terribile fase di quasi apatia, si passa alla fase attiva: chiedere aiuto.

Si torna a essere vivi, a lottare per stare meglio e solo allora si chiede aiuto. Si comincia a coinvolgere i propri famigliari, i propri amici. Si inizia ad esternare tutte le emozioni negative che il dolore porta e si cerca conforto. Si cercano varie strade che portino al “non dolore”. Io ho provato a lavorare su me stessa tramite la meditazione e il controllo del respiro, strumento che è entrato a far parte di me e che esercito quotidianamente, quando sento che il dolore va fuori dal mio controllo. Inoltre, grazie all’appoggio della mia famiglia e degli amici più cari ho cercato di trovare attività di svago, che mi permettessero di deviare il pensiero dal dolore a qualcosa di piacevole.

Ho ripreso ad andare in piscina, anche con il dolore. Mi è capitato infatti di entrare in acqua con tanto dolore, provare a fare due bracciate e rendermi conto di stare meglio. Ciò mi ha aperto gli occhi su una credenza errata che avevo: quando si ha un dolore cronico, muoversi, non sempre peggiora la situazione!
Ho iniziato a non negarmi quando mi si proponeva un’uscita, nonostante il dolore facesse da padrone. Ciò mi ha fatto scoprire che una volta fuori dal “mio nido di dolore”, mi sento meglio perché la mia mente pensa ad altro. Ho capito quindi che a volte vale davvero la pena di forzarsi a socializzare, a patto che gli amici siano consapevoli del fatto che, se non ci si riesce, si debba tornare a casa presto.
Infine ho provato anche la terapia del dolore con discreto successo.

Un italiano su quattro infatti soffre di dolore cronico, ma non conosce la terapia del dolore. Il dolore cronico è regolamentato da una legge di Stato (38/2010), in cui vengono emesse delle disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Tale legge sancisce che le strutture sanitarie che eroghino cure palliative e terapie del dolore assicurino un programma di cura individuale per il malato e per la sua famiglia. Tutto ciò, tradotto in termini più semplici, significa che ciascuno di noi a fronte di un dolore cronico ha il diritto di andare dal proprio medico di base e richiedere una visita con un terapista del dolore. Quanto descritto è solo una parte di quel che si può fare per creare una rete di persone e di aiuti intorno a noi, che ci faccia sentire supportati.

Non importa come, ma l’obiettivo è migliorare la qualità della nostra vita. Se grazie alla nostra rete e a noi stessi iniziamo a stare meglio, accettare tutto quel che ci è capitato sarà automatico. Ci sentiamo finalmente sereni e non temiamo di fronteggiare ex novo un altro episodio di riacutizzazione del dolore, poiché ora siamo ricchi di strumenti che prima non sapevamo di possedere.

Ma sarà davvero così? Sicuri della nostra forza, alla prima ricaduta saremo davvero così bravi dal non farci prendere di nuovo dallo sconforto?

Visto che ci sono già passata, vi racconto cosa accadrà: ricomincerà il ciclo del dolore.

Al primo sintomo acuto, affronteremo baldanzosi la situazione provvedendo immediatamente ad allertare la nostra rete, a prendere il solito farmaco che funziona sempre e attenderemo fiduciosi qualche giorno. Trascorso il tempo in cui, secondo noi, il dolore acuto dovrebbe passare, se succederà, ne usciremo vittoriosi, ma, se ciò non dovesse accadere, inizieremo a farci prendere dalla paura e dalla preoccupazione. Aspetteremo ancora qualche giorno, senza giovamento, e con il dolore amplificato dall’ansia. Ed ecco che a pochi giorni dal nuovo esordio del dolore acuto, saremo di nuovo nella fase della disperazione con tanta rabbia e tristezza.

Stavolta però abbiamo un vantaggio: sappiamo che questa fase passerà. Abbiamo infatti una rete su cui poggiarci e conosciamo già l’iter. Il risultato sarà che la fase di disperazione durerà molto meno della prima volta e passeremo direttamente alla richiesta di aiuto, senza passare dalla partecipazione passiva. Sappiamo che bisogna essere attivi per stare meglio e che sentimenti quali la rassegnazione e la tristezza non aiutano per nulla! Eccolo qui il vantaggio derivato dall’esperienza: trasformare l’accettazione in resilienza.

 

 

Secondo il solito vocabolario della lingua italiana, la resilienza è la capacità che un individuo possiede nel reagire ad un evento drammatico della propria vita. Si dice che più si subiscono eventi traumatici, più si diventa resilienti, ma a mio avviso non è così: la resilienza richiede allenamento. Non si diventa resilienti automaticamente in seguito ad un evento drammatico! Si diventa resilienti se di natura si è ottimisti, se non si perde mai la speranza, se si tende a vedere che i momenti negativi sono momentanei e circoscritti. Occorre lavorare sul potenziale, portare tanta pazienza e non  cercare a tutti i costi una spiegazione nella riacutizzazione del dolore pur cercando sempre maggiore consapevolezza della propria situazione. Quindi se si lavora bene su stessi, col tempo e con l’esperienza si impara a gestire il ciclo del dolore con serenità.

 

Elisa Pratiffi

 

I GRUPPI DI AUTO-AIUTO

Perché in questo sito parlare di auto-aiuto? Continua a leggere!

Esistono diversi gruppi di auto-aiuto: quelli che si basano sulla condivisione di una patologia comune o di un handicap; quelli che si fondano sul desiderio di disintossicarsi da una dipendenza (ad esempio alcolismo, tossicodipendenza, ludopatia); quelli che si costituiscono sulla base di una situazione difficile comune (ad esempio elaborazione di un lutto o di una separazione/divorzio o convivere con una persona malata).

Il gruppo di auto-aiuto può essere utile anche in caso di dolore cronico, la condivisione del proprio “problema” con altre persone con lo stesso problema può dare dei vantaggi.

Personalmente venni a contatto con i gruppi di auto-aiuto nel lontano 2009 e ne trassi subito dei benefici. Ai primi incontri vi partecipai tentennante, dubbiosa e anche un po’ spaventata. L’idea di mettermi a nudo di fronte a degli estranei mi gelava, ma presto dovetti ricredermi. Dopo poco tempo mi trovai accolta come mai accadde prima. In quello spazio temporale a me dedicato imparai a prendermi cura in primis del mio dolore e poi lentamente di me stessa in toto. Grazie al racconto della propria esperienza e del proprio vissuto, ci riconoscemmo nelle medesime difficoltà e nella soluzione degli stessi problemi, diventando perciò preziosi a coloro che ancora non avevano trovato il modo per uscirne. Dopo qualche anno da partecipante ai gruppi di auto-aiuto divenni facilitatrice, ovvero coordinatrice di un dialogo pulito, delle buone maniere, del rispetto reciproco e dello stretto riserbo di quanto detto nel gruppo. In nessun altro luogo ho mai incontrato persone più vere ed empatiche.

Non si impara mai abbastanza da un gruppo di auto-aiuto e ogni gruppo può dare un qualcosa di diverso che incita ad una importante crescita personale. Credo infatti che la forma più elevata di un gruppo di auto-aiuto sia l’educazione reciproca alla resilienza.

Riassumendo il gruppo può:

  1. Ascoltare
  2. Alleggerire le situazioni di stress emotivo
  3. Aiutare a liberarsi dal senso di impotenza
  4. Annientare la solitudine e la bassa autostima
  5. Aumentare il livello di competenza interpersonale
  6. Consolidare strategie di cambiamento per migliorare il modo di affrontare i momenti no
  7. Favorire lo scambio naturale di informazioni utili
  8. Educare alla Resilienza

 

                                                                                                                                                              Elisa 

Dolore acuto e dolore cronico

IL DOLORE ACUTO E IL DOLORE CRONICO

Quando si parla di dolore, spesso se ne parla come se esistesse un solo tipo di dolore e come se tutti i dolori fossero uguali.

La classificazione può essere fatta in diversi modi, una di queste è quella che distingue il dolore cronico da quello acuto. Da una diversa osservazione e classificazione, ne nasce anche un differente trattamento, che è l'elemento che più interessa il lettore.

Di solito, si utilizza la definizione di dolore della IASP che dice:

"Esso è una sgradevole esperienza sensoriale ed emotiva, associata ad un effettivo o potenziale danno tessutale o comunque descritta come tale"

In questa definizione si parla di come questa esperienza (comune a tutti gli esseri viventi e vissuta in modo diverso) porti con sé aspetti legati ai sensi (e quindi al corpo) e all'aspetto emotivo (di natura meno palpabile), tuttavia senza operare distinzioni.

Si può definire il dolore, in generale, un'esperienza multifattoriale perché composto da componenti diverse, sebbene non separabili tra loro: aspetto tessutale, aspetto psicologico, aspetto sociale che si fondono nell'unica sensazione grossolanamente percepibile che sentiamo come dolore.

Si iniziò a parlare di dolore acuto e cronico negli anni '90, dove nel dolore acuto si intende qualcosa insorto da poco tempo, strettamente legato a processi biologici sottostanti (un'infezione, un'infiammazione) e che nel momento in cui il processo si conclude anche il dolore termina. E' il caso di un infarto al cuore, un'artrite, una peritonite, ... I farmaci sono solitamente efficaci in queste situazioni.

Molto diverso è il meccanismo del dolore cronico, che pur essendo percepito sempre e solo come dolore si può definire come un processo "a circuito chiuso", dove i meccanismi che stanno alla base sono entrati in un circolo vizioso, tanto sul piano fisico/neurologico, quanto sul piano psichico e che continuano ad autosostenere il processo dolore. Può essere che il lo stimolo iniziale tissutale (che poteva essere avvenuto tempo addietro) e che ha innescato la sintomatologia, nel momento attuale non sia più presente: occorre considerare che il dolore possa essere presente anche in assenza di uno stimolo periferico.

Solitamente il dolore cronico si riferisce ad un dolore che persiste da tempo, tuttavia il dolore può presentare caratteristiche di cronicità anche quando è insorto da poco, per esempio nel caso di riacutizzazioni di un dolore già conosciuto.

Accanto al dolore, solitamente ci sono altri elementi più manifesti (se non alla persona, ad un occhio clinico esterno attento) come la paura del movimento (kinesiofobia), un'ansia intorno alla persistenza del sintomo e che condiziona la vita.

Si può comprendere come a questo punto, il trattamento della cronicità non possa ridursi solamente alla prescrizione di un farmaco (che può tuttavia risultare utile), ma necessita di un approccio medico-bio-psico-sociale che abbracci la persona nella sua interezza. Il trattamento si potrebbe dire non è centrato sul dolore, bensì è orientato alla persona, che si adatta alle sue caratteristiche, che risponde ad esigenze specifiche che come si è visto possono essere molte, specialmente quando il dolore si protrae da molto tempo e che quindi può anche aver condotto ad elementi secondari come depressione e sofferenza.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

"Dolore acuto e dolore cronico" - documento AIST a cura dott. Brugnoli

Clifford JW - "What is this thing called pain" - Journal of clinical investigation 2010

Bueno-Gomez N. - "Conceptualizing suffering and pain" - Philosophy, etics and humanities in medicine 2017

DOLORE IN ACQUA

LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA

Chi soffre di dolore cronico è alla continua ricerca di nuove terapie e trattamenti al fine di migliorare la qualità della propria vita e per molti l'approccio all'acqua calda sembra essere una soluzione valida.

Chi non ha mai tratto beneficio da una giornata alla terme? Anche chi non soffre di dolore, credo sia uscito contento e sereno da una giornata di relax alle terme o in un centro benessere. L'acqua calda ha infatti la proprietà di sciogliere ogni genere di rigidità e portare un rilassamento generalizzato, utile anche all'evasione mentale.

Ricordo che, sin da piccola, se non volevo pensare a niente, immergevo la testa sott'acqua restando in apnea per qualche secondo e, una volta sotto, tutti i problemi inclusi i dolori mi sembravano distaccati e lontani.

Una persona che soffre di dolore cronico necessita non solo di dare sollievo al proprio corpo, ma anche la propria mente. Non è facile sopportare quotidianamente un dolore che non ci abbandona mai. Proprio per questo motivo, trovare un mezzo come l'acqua calda che attutisca tutto ciò, può essere una scoperta meravigliosa che necessita di essere condivisa.

Perché effettuare un trattamento in acqua calda? Al di là dell'evasione mentale e del rilassamento, lavorare col proprio corpo in acqua, aiuta a consolidare le nostre potenzialità e migliora le nostre insicurezze. L'assenza di gravità e il sostegno che l'acqua è in grado di dare, permette di farci sentire più leggeri e capaci di movimenti che altrimenti, a secco e in presenza di dolore cronico, non si sarebbe in grado di svolgere. Si capisce come dopo un trattamento in acqua si possa uscire vincenti, rilassati e contenti.

Recentemente, grazie alla società di Psico-neuro-endocrino-immunologia (SIPNEI) ho conosciuto l'Oceanic BodyWork Aqua (OBA), un'innovativa terapia acquatica che comporta un lavoro sia in superficie che sott'acqua.

OBA è una forma di lavoro corporeo, che fu sviluppato negli anni '80 da Nirvano Maria Shulz e Kaya Femerling. Il trattamento avviene in una piscina di acqua calda a 35° C circa. 

Attirata in primis dal lavoro sott'acqua e memore di quanto mi piaccia stare "a mollo", ho deciso di sperimentare questo tipo di trattamento. La sessione di Oceanic BodyWork è durata circa 90 minuti e si è composta di diverse fasi: la prima di rilassamento globale in superficie d'acqua dove, il corpo sostenuto da un cuscino galleggiante per la testa e da un tubo per le gambe viene movimentato dolcemente dall'operatore, una seconda fase sempre in superficie dove, il bodyworker culla e dondola il corpo della persona sostenendolo senza l'ausilio di galleggianti. Infine una terza parte dove la persona viene immersa sott'acqua dopo aver indossato un tappanaso e lasciata fluttuare liberamente per pochi secondi.

La cosa che mi ha sbalordito di questo tipo di lavoro è che quando si riceve un trattamento del genere, la propria percezione corporea si modifica completamente: una sensazione di leggerezza e di scioglimento della rigidità, sollievo dal dolore cronico immediata e che perdura per qualche giorno successivo.

La fase sott'acqua è facoltativa ed è sempre una scelta di chi riceve il trattamento, che per me è stata la parte più piacevole ed efficace.

Concludendo sono rimasta così positivamente colpita dalla forza che è riuscita ad imprimere l'acqua sul mio corpo dolente e sulla mia mente confusa, che ho deciso di intraprendere il percorso di formazione, in modo da poter offrire questo tipo di trattamento a tutte le persone che, come me, soffrono di dolore!

LA PAURA DI MUOVERSI

Non riesco a collocare nella memoria quando mi fu detto che dovevo stare a riposo, in quanto altrimenti (era convinzione) il dolore sarebbe aumentato. Probabilmente tutto ebbe inizio quando, all’età di 10 anni, mi si scheggiò il femore, mi fu fatta la diagnosi di displasia fibrosa poliostotica e fui costretta a rimanere in stampelle molto a lungo. In quell’occasione, forse per la prima volta, il mio cervello associò che se avessi tenuto a riposo il mio femore, il dolore sarebbe scomparso. Il tempo passò e io con il mio dolore al femore ci trascorsi la maggior parte del mio tempo. Non c’era nessuno che non mi passasse il concetto del “se fa male, fermati”. E fu così che iniziai a darlo per assodato. Il terrore di muovermi troppo, peggiorando la mia situazione permase anche in seguito al primo intervento chirurgico, che in teoria, stando ai chirurghi, avrebbe dovuto essere risolutivo per la mia situazione. Mi avevano rimesso in piedi con un intervento (per l’epoca avveniristico) con un infibulo osseo in titanio, perchè avrei dovuto avere ancora paura?

Eppure io di paura ne avevo tanta.

In primis temevo che il “nuovo femore” non reggesse, poi avevo paura a fare le scale, poi sentivo la gamba diversa dall’altra, poi temevo di cadere e distruggere il lavoro che avevano fatto i luminari... Insomma senza accorgermene ero entrata in un terribile circolo vizioso che mi portava a prendere sempre l’ascensore, camminare solo su terreno piano e senza dislivelli, prediligere l’auto, non uscire con gli amici e detestare le passeggiate. Questa gabbia si prese buona parte della mia vita e ho impiegato anni prima di avere il coraggio di sfidare me stessa. Oramai adulta vivevo intrappolata nella mia paura del movimento (kinesiofobia) legittimando tutti i miei assurdi comportamenti.

E' così che da circa 10 anni ho iniziato un percorso di riabilitazione alla vita, così mi piace chiamarlo. Ho cercato molte soluzioni, che non avevo mai varato prima, che mi potessero ridare la libertà di essere me stessa. Quando per la prima volta mi fu detto: hai provato ad andare in piscina ugualmente anche se hai un forte dolore al femore? La mia reazione iniziale fu di sgomento, perchè per la prima volta avevo incontrato qualcuno che diceva il contrario di quel che per anni tutti mi avevano detto, medici inclusi. Una volta a casa ebbi modo di rifletterci e decisi di provare. Tanto cosa avevo da perdere? Stavo male, al massimo sarei stata più male, ma in fondo a quello ci ero abituata. Provai, rientrai a casa con meno dolore. E qui iniziai a essere un po’ confusa, così decisi di riprovare per capire se fosse stato solo un caso. Giorno dopo giorno compresi che il mito del “se fa male, fermati” si poteva sfatare. Il dolore non è magicamente scomparso, sicuramente ho allontanato l’atteggiamento persecutorio nei confronti del movimento.

La persona affetta da dolore cronico, spesso, attua strategie per poter allontanare e/o cambiare il dolore e questo modo di comportarsi si trasforma nel tempo in schemi mentali rigidi, pervasivi e continuativi. E’ come se si iniziasse a lottare con se stessi, pensando di eliminare il dolore. Questi schemi mentali non sono definitivi, è sempre possibile modificarli con l'esercizio e la volontà.

Muoversi, oltre a tonificare i muscoli e a liberare endorfine, serve a rompere questi schemi mentali: in gergo tecnico si parla di una riorganizzazione corticale cerebrale. Iniziando gradualmente a muoversi, si riprende contatto con le proprie capacità e con il proprio corpo, allontanando lentamente la paura nei confronti del dolore.

Personalmente negli ultimi cinque anni ho modificato moltissimo il mio approccio al dolore (anche se penso di avere ancora molta strada da fare) e ciò ne ha comportato una riduzione. Una delle variabili comportamentali che ho adottato è stata proprio quella di muovermi. Il cambiamento non è stato istantaneo. Non credo più alle favole da un pezzo e so per certo che non esiste una pillola magica che faccia passare tutto, tuttavia credo nella forza di volontà e nelle risorse che ciascuno di noi possiede. Credo anche nell’ educazione al dolore e nella scienza del dolore.

Se leggendo questo articolo, ti sei in parte riconosciuto in un comportamento kinesiofobico, forse è arrivato il momento di fare un salto di qualità e cercare di capire che muoversi non è deleterio per il nostro dolore cronico, anzi può essere un grande aiuto al proprio benessere.

 

                                                                                                                                      Elisa

I DOLORI NON SONO TUTTI UGUALI

TANTI SINTOMI, TANTI DOLORI

Quando ricevo delle nuove persone in studio, che portano come problema il dolore cerco di comprendere nella maniera migliore possibile a quale tipo di dolore si è di fronte.

Innanzitutto la localizzazione del dolore: la spalla, la colonna lombare, il collo, il ginocchio, …

Il passaggio successivo è quello delle caratteristiche provate del sintomo, in cui una delle domande che spesso pongo è: a che cosa assomiglia il tuo dolore? Essendo la percezione del dolore molto soggettiva, chi lo prova ne dà spesso una descrizione molto personalizzata che può dare molte informazioni a chi si occupa di capire qualcosa di quel dolore. Ecco che qualcuno riferisce: “ho un cane che morde qui”, “sento come un grande fuoco che va da qui a lì”, “sento le formiche che camminano lungo tutto il braccio”, … Gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi.

Le caratteristiche riferite al proprio sintomo, permettono di comprendere la natura e quindi di classificare il dolore stesso (anche se naturalmente per arrivare ad una diagnosi l’esame clinico ed eventualmente degli esami strumentali sono necessari).

Classificare il dolore nella maniera più precisa possibile, dovrebbe servire ad offrire un miglior trattamento terapeutico, più efficace e mirato.

Una classificazione del dolore è quella che divide: dolore nocicettivo, dolore neuropatico, dolore nociplastico.

Il dolore nocicettivo è un dolore che deriva direttamente dalla stimolazione dei recettori periferici inseriti per esempio nella pelle o in uno dei tanti tessuti di cui è formato il corpo umano. La sollecitazione importante di questi tessuti sia essa ad opera di un trauma, di un infiammazione comporta che si crei uno stimolo che dalla periferia raggiunge il cervello. Un dolore di questo tipo è generato da un taglio della pelle.

Il dolore neuropatico si definisce come un dolore causato da una lesione o da una malattia del sistema somato-sensoriale: questo significa che qualsiasi problema che riguardi il nostro sistema sensoriale (dalla periferia fino al cervello) che ne alteri le funzioni può dare un dolore di questo tipo. Un esempio di questo tipo di dolore è la conosciuta nevralgia del nervo trigemino, che colpisce metà volto.

Il dolore nociplastico infine è un dolore in cui c’è un’attivazione del sistema nocicettivo (sistema del dolore) senza però che ci sia una chiara evidenza di danno tessutale o un’attivazione dei recettori periferici. E quest’ultima categoria racchiude un grande numero di persone, non sempre ben definibile.

Soprattutto in questo tipo di dolore, è necessario (come ripetuto in altri articoli) considerare tutto il contesto della persona, perché in effetti l’aspetto psicologico, l’aspetto sociale potrebbero funzionare da stimolo per il dolore!

Esistono tante altre classificazioni del dolore, qui non riportate. Ciò che è importante ricordare che i dolori non sono tutti uguali (anche due mal di schiena!!) in relazione al fatto che ciascuno vive il proprio in maniera molto soggettiva e quindi non esiste un unico trattamento che possa risolvere tutti i dolori, bensì è sempre necessaria un’accurata valutazione al fine di proporre le migliori opzioni.

ASCOLTARE IL PROPRIO CORPO

L’ASCOLTO DEL PROPRIO CORPO NEL DOLORE

Quando si sente male ad una spalla solo da qualche momento non ci si presta molta attenzione; se il dolore persiste per qualche giorno esso inizia a divenire più rilevante e quindi ci si domanda:

“Che movimento ho fatto tale da farmi male?”

“Ho fatto qualche sforzo, magari senza accorgermi, e ora mi fa male la spalla!”

E per la maggior parte delle persone, se il problema persiste inizia un iter per indagare la possibile causa del dolore! E allora: ecografia, radiografia, risonanza magnetica e via dicendo.

Lo stesso procedimento, vale più o meno per tutte le problematiche dolorose e anche per la maggior parte dei problemi medici, dove partendo da un sintomo poi si procede con la ricerca strumentale.

Giusto! È il corretto modo di procedere.

Ampliamo un po’ il quadro.

Il dolore, insieme a fame, sete, sonno, stimolo ad urinare e altre sensazioni fa parte di quegli stimoli che permettono di regolare le funzioni corporee di base che in termini medici si identifica con il mantenimento dell’omeostasi.

Quando si ha fame, si cerca cibo. Quando si ha sete, si cerca qualcosa da bere. Quando si sente il bisogno di urinare, si cerca un bagno. E quando si ha dolore? Si cerca il medico? Sì, come si è già visto, ma occorre forse anche ridare valore alle proprie sensazioni dolorose, che specialmente se persistono possono avere un significato più profondo del “c’è qualcosa che non funziona nella parte che mi fa male”.

I sintomi possono essere i più disparati, così come i dolori possono essere di tanti tipi, eppure la maggior parte delle persone sanno indicare solo che una parte del corpo fa male e non sanno descrivere le caratteristiche del proprio sintomo. Anzi se si cerca di approfondire con loro la natura di ciò che sentono, qualcuno si spazientisce e ribadisce “mi fa male” come se non si potesse aggiungere altro.

Il corpo da molti segnali e il dolore è solo uno di questi. Per poter dare rilevanza a questi segnali occorre sviluppare una capacità di ascolto verso se stessi, che per alcune persone può risultare difficoltosa per una mancanza di abitudine.

L’ascolto di sé e in particolare l’ascolto del proprio dolore può avvenire a diversi livelli: un livello corporeo legato al tipo di sensazioni percepite, un livello emozionale che può indicare come si sta vivendo questo dolore.

Inizialmente può essere difficile, fastidioso addentrarsi in questo tipo di ascolto, tuttavia con una guida, con un po’ di pratica personale le sorprese che potrebbero derivarne sarebbero molto positive. Inoltre il dolore stesso, quando è “guardato” in modo diverso, automaticamente cambia, diventa più tollerabile.

Esistono molteplici tecniche e modalità per mettersi in contatto con il proprio corpo: si citano solamente alcune come il breathwork, la mindfulness, il focusing, le tecniche di Feldenkrais, l’Oceanic BodyWork, …

Con queste ultime si cerca di dare valore alle proprie sensazioni, aumentando quella abilità che si chiama interocezione (vedi articolo).

Ciò che è importante è che ciascuno si metta in contatto con il proprio sé, scegliendo la modalità che più gli si addice, in modo da facilitarsi in questo meraviglioso processo.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Craig AD – How do you feel? – Princeton University Press 2015

A Damasio – Lo strano ordine delle cose – Ed. Adelphi 2018

ET Gendlin – Focusing. Interrogare il corpo per cambiare la psiche – Ed. Astrolabio

ASCOLTARE IL PROPRIO CORPO

I DOLORI NON SONO TUTTI UGUALI

LA PAURA DI MUOVERSI

DOLORE IN ACQUA

Dolore acuto e dolore cronico

I GRUPPI DI AUTO-AIUTO

DOLORE: NEMICO O ALLEATO?

PICCOLE SUGGESTIONI PER GESTIRE IL DOLORE

L’INTEROCEZIONE

NUTRIZIONE E INFIAMMAZIONE

DOLORE IN MUSICA

L’OSTEOPOROSI E LA SUA GESTIONE

LA GESTIONE DEL DOLORE SENZA FARMACI

ARTROSI E DOLORE

LA PLASTICITA’ NEURALE

INTRODUZIONE AL DOLORE

LE RELAZIONI MENTE-CORPO

LE RELAZIONI MENTE-CORPO

LE RELAZIONI MENTE-CORPO

Introdurre il tema della relazioni mente-corpo significa entrare in un campo molto ampio, eterogeneo e che suscita solitamente molto interesse da parte di chi si occupa di questa materia. Questa relazione, partendo dalla classica visione dell’Uomo come costituito dalle tre parti corpo – anima (psiche) – spirito, può essere oggetto di letture che comprendono diversi livelli.

Da alcuni millenni se ne occupano già la medicina cinese e la medicina indiana con il sistema dei chakra; questo per sottolineare come in maniera empirica da tempo gli uomini pensano che l’uomo sia un’entità unica.

Attualmente la disciplina che si occupa delle relazioni mente-corpo, cercando di proporla secondo un modello che sia il più scientifico possibile basato su dati certi è la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia (PNEI).

L’integrazione nel corpo dei diversi sistemi e la loro comunicazione

Psico – si fa riferimento alla mente con tutte le sue parti e i suoi meccanismi tra cui i comportamenti, le emozioni, la coscienza di sé, …

Neuro – il sistema nervoso (formato da sistema nervoso centrale e sistema nervoso periferico) è l’interfaccia tra mente e corpo, dove certamente il primo destinatario dell’attività psichica è il cervello, specificando il presupposto che il cervello non è la nostra mente.

Endocrino – il sistema degli ormoni e di molte altre sostanze circolanti che costituiscono il linguaggio interno principale del corpo per comunicare tra le sue varie parti, che può raggiungere in maniera diretta praticamente ogni singola cellula del corpo.

Immunologia – il sistema immunitario che ha certamente la principale attività di difenderci dagli organismi patogeni è ormai appurato che abbia un ruolo nella regolazione di molti processi corporei, tra cui la mediazione dell’infiammazione.

Questi sistemi sono tra loro integrati e il loro funzionamento è sinergico, al fine di portare a quello stato dinamico di equilibrio interno che è l’ALLOSTASI.

I processi mentali sono in grado di attivare il cervello (nelle sue diverse aree cerebrali) che è connesso al corpo attraverso il sistema nervoso periferico (suddiviso in somatico e neurovegetativo). 

Il sistema neurovegetativo regola le diverse funzioni interne, tra cui il funzionamento degli organi come cuore, polmoni, fegato, pancreas, … oltreché essere in grado di attivare il sistema immunitario attraverso l’accensione e lo spegnimento dei processi infiammatori.

Il sistema immunitario allo stesso modo, se in stato di salute garantisce il buon funzionamento di tutto l’organismo e delle funzioni ad esso collegate; viceversa può essere alla base di malesseri e patologie propriamente dette.

 

Le cellule del sistema nervoso, così come quelle del sistema immunitario possono produrre sostanze  specifiche che una volta rilasciate inviano segnali precisi: ormoni (adrenalina, prolattina, cortisolo, …) citochine (IL-1, IL-6, tnf-α, …) neurotrasmettitori (glutammato, serotonina, dopamina, …) che muovendosi nel torrente circolatorio modificano il comportamento delle cellule. Sono queste le “parole” dell’organismo, costituite biochimicamente da singoli aminoacidi o da brevi catene di essi, che possono muoversi in senso bilaterale, ossia dal sistema nervoso verso il sistema immunitario e viceversa. 

 

Il ruolo centrale dello stress

 

Avendo brevemente chiarito la comunicazione interna caratteristica delle relazioni mente-corpo, si può fare ora un passo indietro ai primi decenni del secolo XX con Sigmund Freud che dà origine alla medicina psicosomatica, che negli USA entrerà in dialogo con le ricerche di Walter Cannon e Hans Selye sullo stress.

 

Selye negli anni ‘30 dimostrò che non solo un batterio o una tossina potevano attivare l’asse dello stress, bensì anche uno stimolo di tipo psicologico, come per esempio (considerando gli animali) la visione di un predatore o lo stare in una gabbia stretta!

 

Nell’uomo valgono gli stessi meccanismi, dove pensieri ed emozioni possono attivare tutta la reazione dell’asse dello stress, con un risvolto sull’intero organismo, proprio in virtù del fatto che le molecole rilasciate in risposta ad un evento stressante, coinvolgono poi in maniera sistemica il corpo nella sua interezza, con risposte differenti in ciascun organo.

 

Lo stress mantenuto a lungo, porta in particolare a cambiamenti nel cervello, squilibra il sistema immunitario, influenza il rilascio ormonale e il metabolismo.

 

Ogni giorno ciascun individuo è esposto, fin dalla nascita, ad eventi che sono potenzialmente stressanti, ma che permettono altresì la crescita e l’evoluzione. Ciò che conta degli eventi non è il fatto che siano stressanti in senso assoluto, ma il fatto che un individuo li percepisca come tali. Questa è la principale differenza che scatena stress nel corpo!

 

È naturale considerare alcuni eventi più stressanti di altri come per esempio un lutto o un trauma emotivo intenso, tuttavia altri eventi apparentemente meno intensi possono essere percepiti come fortemente stressanti già fin dai primi mesi di vita, come è nel caso della carenza di affetto nei neonati (gli effetti sono ben documentati nella letteratura scientifica).

 

Nell’approccio ad una persona con problemi o difficoltà, siano essi grandi o piccoli è necessario considerare queste relazioni e farle rientrare in maniera integrata nel processo di evoluzione della persona stessa.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Bottaccioli F, Bottaccioli AG – “Psiconeuroendocrinoimmunologia  e scienza della cura integrata” – edra edizioni 2017

 

Butler D, Moseley L – “Explain Pain” – NOIgroup publications 2003

 

Selye, H – “Stress without distress” – J. B. Lippincott, Philadelphia 1974

 

INTRODUZIONE AL DOLORE

INTRODUZIONE AL DOLORE

Il dolore è qualcosa con cui tutte le persone sono entrate in contatto, per piccoli o grandi eventi. Il dolore come “segnale di allerta”, per un danno che si è instaurato nel nostro corpo (per esempio una distorsione ad una caviglia) o per una condizione che potrebbe arrecare danno (per esempio il contatto con il fuoco) è un meccanismo di protezione conosciuto.

Esistono diversi tipi di dolore e ciascuno è un evento personale: lombare, mestruale, da cancro, osseo, allo stomaco o all’intestino, neuropatico e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

 

Lo stimolo doloroso

Il nostro corpo per poter attivare il segnale d’allarme dispone di molti recettori, minuscoli corpuscoli inseriti nei vari tessuti che sono sensibili a diversi tipi di stimoli. I recettori hanno una vita breve, di pochi giorni; successivamente essi sono rimpiazzati da altri nuovi recettori. Quando uno stimolo è sufficientemente intenso e interpretato come un possibile danno, ecco che si attiverà un segnale elettrico, che dal recettore verrà indirizzato primariamente verso il midollo spinale. Questa attività è chiamata “nocicezione”.

La nocicezione non è una condizione necessaria, né sufficiente per arrivare a sentire dolore, in quanto il messaggio inviato dai recettori è solamente PERICOLO! Sarà il cervello a decidere se accompagnare, questo stimolo elettrico a quello che verrà percepito come sintomo.

Lo stimolo elettrico risale verso il midollo spinale e a questo livello c’è una prima stazione dove questo impulso potrà essere lasciato passare o arrestato (in un processo chiamato MODULAZIONE), nella sua via prima di raggiungere il cervello.

Quindi dal midollo spinale questo segnale raggiungerà la corteccia del cervello, i centri superiori che avranno il compito di integrare la nocicezione con la coscienza, le emozioni e il sistema degli ormoni.

Una volta che sia avvenuta questa integrazione a livello cerebrale, ci sarà la vera e propria esperienza personale di dolore.

Riassumendo quanto detto finora, si potrebbe dire che il dolore è il risultato di due parti: una percettiva(legata alla nocicezione) e una esperienziale (costituita da esperienze precedenti di dolore, dimensione affettiva, fattori socio-culturali e struttura psichica).

 

Trattare il dolore

A seconda del tipo di dolore occorre considerare importanti non solo i tessuti, ma anche pensieri, umore ed emozioni. La componente esperienziale gioca un ruolo primario soprattutto in certe categorie e non tenerne conto può significare un fallimento nella gestione e cura del sintomo stesso.

Esistono diversi tipi di sindrome dolorosa in cui sembra che la componente psichica possa essere uno degli attori principali. È il caso di:

  • fibromialgia
  • sindrome da fatica cronica
  • lombalgia cronica non specifica
  • dolore di tipo somatoforme

Per concludere nell’approccio al dolore è necessario ragionare in maniera “tridimensionale”, in quanto lo scenario di ciascuna persona è unico e personalizzato. È così auspicabile approfondire la conoscenza dei diversi ambiti della persona, al fine di proporre un trattamento che sia il più possibile mirato ed efficace in un approccio che sia, per usare un termine tecnico, di tipo bio-psico-sociale.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

“Psicologia clinica del dolore” – Enrico Molinari e Gianluca Castelnuovo – Ed. SPRINGER

“Il dolore muscolo-scheletrico” – FACT SHEETS dal sito IASP

“Cassetta di pronto soccorso del dolore” – pubblicazione CHANGE PAIN

LA PLASTICITA’ NEURALE

LA PLASTICITÀ NEURALE

Per anni gli studiosi si sono chiesti come potessero esistere persone molto più intelligenti della media, ad esempio Albert Einstein padre della teoria della relatività.

Il suo cervello diviso in 170 sezioni, è in mostra ora al National Museum of Health and Medicine di Chicago e gli ultimi studi compiuti dall’equipe di Weiwei Men hanno sottolineato come il cervello non fosse più grande del normale (pesava infatti 1230 g, un peso nella norma), piuttosto era un cervello i cui neuroni avevano un numero elevatissimo di connessioni.

Di seguito, cercheremo di capire meglio di cosa si tratta.

Per comprendere a fondo il processo della plasticità neurale, è bene avere chiari alcuni elementi di anatomia del sistema nervoso.

Il sistema nervoso centrale e in particolare il cervello è costituito da diversi tipi di cellule, i cui elementi principali sono i neuroni.

neuroni sono costituiti da diverse parti e essi presentano, a partenza dalla superficie cellulare, delle diramazioni: un assone e molti dendriti. Gli assoni trasportano le informazioni dalla cellula nervosa verso l’esterno, i dendriti trasportano l’informazione verso il nucleo della cellula.

Gli assoni e i dendriti prendono contatto con altre cellule, nervose e non, in modo da permettere lo scambio di informazioni. Il punto di contatto tra cellule nervose si chiama sinapsi.

Per far comprendere meglio, si può paragonare il neurone come ad un lago. Le diramazioni sono costituite da più immissari (che sarebbero i dendriti) e da un emissario (che sarebbe l’assone). A sua volta l’emissario porta l’acqua ad altri canali (i dendriti), che convergono verso altri laghi (altri neuroni), in una rete d’acqua molto fitta.

I neuroni del cervello sono stimati essere tra gli 80 e i 100 miliardi, le sinapsi sono stimate essere circa 100.000 miliardi.

Si può introdurre ora il concetto di plasticità neurale. Con questo termine si indica la capacità dei neuroni e dei circuiti cerebrali di cambiare, strutturalmente e funzionalmente, in risposta all’esperienza.

Il cervello è costituito da due emisferi e diverse aree cerebrali con funzioni specifiche come linguaggio, vista, memoria, udito, motricità, sensibilità, ecc. e queste aree sono tutte tra loro collegate da vie nervose.

Questi collegamenti determinano l’abilità di scambiare informazioni e di interagire tra le diverse aree, al fine di ottenere un risultato.

Ecco un esempio:

Quando si apprende ad andare in bicicletta per la prima volta, c’è una certa difficoltà in quanto coordinare la pedalata, l’equilibrio e nello stesso tempo guardare la strada è un compito complesso. Con l’esercizio (e magari con qualche caduta) si impara a stare su due ruote e a pedalare in maniera sicura.

Una volta che si è appreso tutto questo, nel cervello è certamente cambiato qualcosa, si sono create delle nuove vie nervose tra diverse parti del cervello (si pensi al coordinamento tra vista, equilibrio e schema della pedalata) in modo da permettere lo svolgimento di quanto richiesto.

Le vie neurali per “andare in bicicletta” si sono create proprio con l’esercizio e con la ripetizione del gesto.

Questa plasticità neurale permette al cervello e all’organismo di adattarsi a delle richieste e nello stesso tempo è coinvolta nell’insorgere di alcune sindromi dolorose come l’emicrania o la fibromialgia.

È grazie anche a questo meccanismo di adattamento che è possibile il recupero funzionale dopo danni al sistema nervoso, come è nel caso del recupero post-ictus.

La neuroriabilitazione si occupa proprio di fornire degli stimoli specifici, affinché il cervello che ha subito un danno, possa riorganizzarsi e recuperare (in toto o in parte) la funzionalità perduta.

Per concludere si può dire che per mantenere la plasticità neurale attiva è necessario che tutto l’organismo sia “attivo”:  l’attività fisica, l’ascolto della musica, la meditazione e in generale allenare le abilità cognitive, emotive e sensoriali.

Tutto questo può aiutare il cervello (e tutto il corpo) a mantenere la propria efficienza fino in tarda età!

ARTROSI E DOLORE

ARTROSI E DOLORE
L’artrosi è un problema che affligge milioni di persone in tutto il mondo, con conseguenze che in alcuni casi possono essere molto invalidanti.
In Italia circa 4 milioni di persone soffrono in qualche modo a causa dell’artrosi (fonte ANMAR 2015), mentre negli Stati Uniti di America i sofferenti sono circa 30 milioni (a fronte di una popolazione totale di circa 300 milioni).
Sono questi numeri che devono far pensare all’importanza di tale condizione.

CHE COS’È L’ARTROSI?
L’artrosi è un processo di degenerazione coinvolgente la cartilagine, che riveste le ossa delle articolazioni. Da sempre si è ritenuto che fosse solo l’usura o un carico non ben distribuito sull’articolazione coinvolta, la causa di questa malattia; a partire dagli anni ’90, grazie ai progressi della biologia molecolare, si sono affacciate nuove ipotesi, che pur non trovando ancora unanimità, hanno cambiato radicalmente il modo di vedere questa malattia (ad oggi ancora non conosciuta in tutti i suoi meccanismi).
L’ipotesi più accreditata è quella legata ad un processo di infiammazione dell’articolazione coinvolta, dove inizialmente si svilupperebbe un’infiammazione locale (artrite e/o sinovite) e in seguito a questa, una cascata di eventi porterebbe alla degradazione progressiva della cartilagine e successivamente dell’osso.

Osservando alla radiografia un osso artrosico si può vedere come questo presenti delle superfici non più lisce, lo spazio tra le ossa si riduce fino ad avere la formazione di nuovo osso che causa deformità dell’articolazione stessa.

Dal punto di vista dei sintomi si può avere dolore nel movimento, soprattutto dopo un po’ che si utilizza un’articolazione o appena la si mette in moto, rigidità e fatica.
L’artrosi è classicamente considerata una malattia legata all’età: questo è vero, anche se ancora una volta non basta considerare il tempo che passa come la causa, poiché la situazione ossea a parità di età cambia da persona a persona. Anche in questo caso occorre tirare in gioco l’infiammazione e i cosiddetti radicali liberi che potrebbero avere un ruolo importante nella degenerazione cartilaginea.

DOLORE ED ARTROSI
Molte persone di età avanzata con artrosi, presentano risposte diverse al dolore: qualcuno presenta dolore molto intenso tale da limitare o impedire il cammino (nel caso sia coinvolta un’articolazione degli arti inferiori), qualcun altro presenta dolore sporadico e qualche altro non presenta dolore.
E in tutti i casi è comunque presente un quadro artrosico!

Non basta avere un’articolazione danneggiata per avere dolore. Questo lo si spiega in virtù del fatto che il dolore è influenzato da diversi meccanismi, una parte legata alla nocicezione (in questo caso l’articolazione degradata) e una parte che si potrebbe definire esperienziale (Introduzione al dolore).
In molte malattie e dunque anche nell’artrosi, vi sono molte convinzioni e paure che possono condizionare in maniera importante il dolore e la disabilità. È dunque importante conoscere quali sono le più frequenti, in modo da avere consapevolezza di esse.

In recenti studi è stato evidenziato come le CREDENZE più diffuse siano:

  • La malattia è legata all’età e come tale non è possibile fare nulla per arrestarla e/o curarla
  • I sintomi sono innescati da fatica e sforzi
  • I sintomi sono influenzati dai cambiamenti climatici
  • La fisioterapia fa sentire meno dolore, ma appena la si smette il dolore ritorna

Le PAURE più frequenti sono:

  • Soffrire ancora
  • Perdita della propria autonomia
  • Diventare un fardello per i propri famigliari
  • Perdere la mobilità di tante articolazioni

LE CURE ATTUALI

Sono molte le cure proposte per l’artrosi, dai rimedi popolari a quelli specialistici mirati.
La fisioterapia è una delle terapie più utilizzate: apprendere degli esercizi specifici, il recupero della forza e della mobilità sono gli obiettivi che si cerca di raggiungere in questo genere di trattamenti. L’efficacia della fisioterapia è dimostrata soprattutto nel breve e medio termine.

Assunzione di integratori a base di componenti della cartilagine, quali glucosamina e condroitina. Sono molto utilizzati, anche se la loro efficacia si è dimostrata un po’ controversa.

Assunzione di analgesici e antiinfiammatori. Gli analgesici tra cui il paracetamolo (Efferalgan o Tachipirina) o gli oppiacei (per esempio Palexia o Contramal per citare i più usati) agiscono unicamente sul dolore, in molti casi con buoni effetti. Gli antinfiammatori come Ibuprofene (Brufen), Naprossene (Momendol, Synflex), Ketoprofene (Oki) hanno un’azione differente rispetto agli antidolorifici perché agiscono sull’infiammazione; questi ultimi hanno maggiori effetti collaterali soprattutto a carico dello stomaco e dell’apparato digerente.

Infiltrazioni di acido ialuronico. Quest’ultimo che è un lubrificante dell’articolazione, è utilizzato come approccio quando l’articolazione presenta segni di degenerazione, ma non ancora tale per cui è necessario un intervento chirurgico.

Chirurgia ortopedica. Si ricorre alla chirurgia quando la compromissione dell’articolazione è molto avanzata, quando dunque la funzionalità è molto ridotta e sia anche accompagnata da dolore. Si interviene con efficacia soprattutto sulle articolazioni di anca, ginocchio e in misura minore spalla.

LA CURA INTEGRATA E I PROGRAMMI DI EDUCAZIONE TERAPEUTICA
Il dolore e tutte le condizioni ad esso associate (come in questo caso l’artrosi) si possono considerare così di origine multifattoriale, dove la componente legata ai tessuti, quella collegata alle emozioni (compresa la paura), quella collegata alle esperienze pregresse sono in egual misura importanti e dunque per lavorare in maniera efficace sulla gestione del dolore è giusto affrontare ciascuna di queste componenti.
Ci si trova così a quella che si può definire una cura integrata, in cui la persona sofferente a causa dell’artrosi si trova a relazionarsi con diverse figure professionali, che potrebbero aiutarla nei vari passaggi collegati alla malattia.
Avere corrette informazioni riguardo la malattia permette di limitare quanto c’è di sconosciuto e dunque di sentirsi più “padroni” della situazione.
Infine un programma terapeutico in cui si combinino esercizi (magari anche in gruppo), un sostegno ricevuto da parte del medico di base, del fisioterapista, dei famigliari permette una netta riduzione del dolore e della disabilità.

Bibliografia
Victoria Carmona-Terés, Jenny Moix-Queraltó, Enriqueta Pujol-Ribera, Iris Lumillo-Gutiérrez, Xavier Mas,
Enrique Batlle-Gualda, Milena Gobbo-Montoya, Lina Jodar-Fernández and Anna Berenguera – “Understanding knee osteoarthritis from the patients’ perspective: a qualitative study” – BMC Muscoloskeletal Disorders (2017) “18:225
Xavier Houarda, Mary B. Goldringb, and Francis Berenbauma – “Homeostatic Mechanisms in Articular Cartilage and Role of Inflammation in Osteoarthritis” – Curr Rheumatol Rep. 2013 November ; 15(11): 375
E. Coudeyre a,b,*, K. Sanchez c, F. Rannou c, S. Poiraudeau c, M.-M. Lefevre-Colau – “Impact of self-care programs for lower limb osteoarthritis and influence of patients’ beliefs” – Annals of Physical and Rehabilitation Medicine 53 (2010) 434–450
Francis Berenbaum, Pierre Chauvin, Christophe Hudry, Florence Mathoret-Philibert, Maud Poussiere, Thibault De Chalus, Caroline Dreuillet, Françoise Russo-Marie, Jean-Michel Joubert, Alain Saraux – “Fears and Beliefs in Rheumatoid Arthritis and Spondyloarthritis: A Qualitative Study” – Plos One (2014)

LA GESTIONE DEL DOLORE SENZA FARMACI

LA GESTIONE DEL DOLORE

Il dolore è definibile come un’esperienza, certamente spiacevole composta da una componente biologica (presenza di infiammazione, alterazione della propria enterocezione, attivazione del sistema immunitario) e da una componente esperienziale e comportamentale (catastrofizzazione, rimuginio, depressione, disabilità fisica).

Nella gestione del dolore, soprattutto quello di tipo cronico, è possibile e auspicabile fare una valutazione che indaghi

  • parametri biologici, come tipo di dolore, assetto nutrizionale, stato infiammatorio, ritmi del sonno
  • parametri psicologici come comportamenti, pensieri disfunzionali, caratteristiche caratteriali
  • parametri sociali quali il tipo di lavoro con l’eventuale presenza di turni, precariato, povertà, disoccupazione, relazione con amici e partner, …

Per migliorare questa situazione costituita da diversi elementi, la parola chiave è RESILIENZA. Quest’ultima, in scienza dei materiali è la capacità dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi. Applicato all’uomo questo concetto si può dire che sia la capacità di accettazione di una situazione, anche difficile, e partendo da essa mettere in atto una serie di strategie, al fine di migliorare il proprio stato e riportarsi verso uno stato di benessere globale (il vero concetto di salute così come è concepito dall’OMS).
Per riuscire a rispondere a questo principio esteso di salute, si propone un sistema di cura che non risponda al semplice concetto causa-effetto, bensì un concetto di medicina che sia integrata e personalizzata.

In un recente studio del 2017 pubblicato sul British Medical Journal, per la gestione del dolore cronico si propone una medicina che affianca quella “tradizionale allopatica”, con una serie di approcci:
• sistemi di cura olistici come la medicina tradizionale cinese, l’Ayurveda, la naturopatia
• tecniche “mente-corpo” come lo Yoga, la meditazione, la mindfulness, il rilassamento, il tai-chi, la musico-terapia, la preghiera
• tecniche manuali come il tui-na, il massaggio, la terapia manuale, tecniche osteopatiche
• integrazione funzionale e dieta, apportando il corretto livello dei principi nutrizionali, integratori naturali

Le strategie nutrizionali sono importanti al fine di ridurre il dolore: è importante favorire il calo ponderale, un regime dietetico che tenga conto anche dei ritmi personali, l’assunzione di cibi antinfiammatori come salmone, olio d’oliva, frutta secca oleosa. In generale si può dire che una “vera” dieta mediterranea ha un grosso potere antinfiammatorio.

L’attività fisica: essa in presenza di dolore cronico può aggravare il dolore. È per questo che è importante la consapevolezza corporea (INTEROCEZIONE): essa è un concetto che racchiude la capacità di “sentire e ascoltare” il proprio corpo, non solo con il suo dolore ma anche e soprattutto con le sensazioni fisiche ed emotive che istante per istante ci dona, a seconda anche della situazione in cui ci si trova.
A questo proposito diverse tecniche vengono in aiuto: lo yoga, il metodo Feldenkrais, il tai-chi che stimolano la consapevolezza dall’interno, attraverso l’esperienza del movimento e sono in grado di riconnettere il cervello con le sensazioni corporee. In questo modo si è in grado di eseguire movimenti che non siano “standard”, bensì siano personalizzati e quindi adatti alla propria personale condizione fisica.

Per concludere:

« La medicina scientifica integrata non è una disciplina o un metodo, bensì un modo di pensare che applica concetti sistemici per comprendere fisiologia e patologia, fornendo un modello di riferimento per comprendere la complessità delle sollecitazioni cui è sottoposto il nostro organismo e, conseguentemente, sviluppare nuovi trattamenti fondati su complessità e dinamismo »
                                                                                                                                        Goldstein 2013

 

Articolo redatto sulla base dell’intervento di Chiara d.ssa Cusa in data 13 ottobre 2017 durante l’evento “Dolore: istruzioni per il non uso – 2 edizione” tenutosi a Cermenate (CO)

L’OSTEOPOROSI E LA SUA GESTIONE

L’OSTEOPOROSI E LA SUA GESTIONE

Ai fini di capire meglio cosa sia l’osteoporosi e cosa possiamo fare per combatterla e conviverci meglio, è fondamentale introdurre le basi elementari del metabolismo osseo.

IL METABOLISMO OSSEO

Le ossa sono composte da cellule, fibrille e minerale.
Tra le principali cellule ossee troviamo gli osteoblasti, che hanno la funzione di sintetizzare la struttura dell’osso, gli osteociti che mantengono il funzionamento del tessuto e gli osteoclasti che distruggono la struttura. Questo avviene perché il tessuto osseo, così come tutti gli altri tessuti corporei, viene costruito, distrutto e sostituito più volte nell’arco della nostra vita.

La copertura delle fibrille è costituita da idrossilapatite, che altro non è che un minerale composto a sua volta dal 60% di calcio, 30% di fosforo e circa il 10% di ossigeno e idrogeno. Questo minerale è possibile vederlo sotto forma di roccia in Norvegia.

 

Riassumendo l’osso è così composto: 70% di sostanza minerale (idrossilapatite, magnesio, potassio, fosforo e cloro) e 30% di sostanza organica (collagene e cellule ossee).
Il calcio è possibile introdurlo nell’organismo tramite l’alimentazione quotidiana: latte, formaggio, verdura verde a foglia larga, rucola, soia, mandorle, melassa, semi di chia e di lino, quinoa, broccoli, erbe e aromi.

 

Nell’organismo il calcio mineralizzato è presente con una quota del 98% nelle ossa e contiene un pool labile ovvero rapidamente scambiabile e disponibile e un pool stabile che funge da scorta. Il calcio è anche circolante nel sangue in una quota dell’1%, di cui il 40% è attivo, il 50% è legato a proteine (albumina) e a fosfati in forma inattiva. Infine c’è ancora una quota dell’1% di Calcio Extra e Intra cellulare.
Anche il fosforo è possibile introdurlo nel corpo ogni giorno con il cibo: pesce, latte, formaggio, uova, carne rossa, semi di zucca, semi di girasole, anacardi, pinoli secchi, amaranto, noci, farina di segale, mandorle, quinoa, pistacchi.
L’80% del fosforo è contenuto nel tessuto scheletrico e la restante parte nel tessuto muscolare e nei liquidi organici. Il fosforo viene assorbito con gli alimenti e in gran parte eliminato per via urinaria. Il suo metabolismo è strettamente correlato a quello del calcio ed è regolato dal paratormone (PTH), dalla calcitonina e dalla vitamina D.
La vitamina D si sviluppa essenzialmente dall’esposizione solare. E’ importantissimo esporsi al sole, con le dovute precauzioni e si può assumere vitamina D con l’alimentazione: formaggi grassi, olio di pesce, uova, aringa, merluzzo, salmone, sardine, sgombro, tonno, crostacei, molluschi.

 

VALORI DI RIFERIMENTO Uomo/Donna:

 

Ca Totale: (8.5-10.5) mg/dL
Ca Ionizzato: (4.4-5.4) mg/dL

 

Fosforo: (3.0-4.5) mg/dL

 

25-OH Vitamina D3:
> 30 ng/mL (70-80 nmol) = Normale
12-30 ng/mL (40-70 nmol) = Insufficiente
5-12 ng/mL (20-40 nmol) = Deficit, Carenza
< 5 ng/mL (<20 nmol) = Severa Carenza

 

 

 

OSTEOPOROSI

 

L’osteoporosi è una malattia sistemica dello scheletro, caratterizzata da ridotta massa minerale e deterioramento microstrutturale del tessuto osseo, con conseguente aumento della fragilità dell’osso e un maggior rischio di fratture.
In Italia si stimano 5 milioni di persone affette, di cui l’80% sono donne in post-menopausa. Ogni anno si verificano 80.000 fratture di femore.
I siti di frattura più frequenti sono: femore, omero prossimale, vertebre, polso e caviglia.
L’osteoporosi è uno stato carenziale dell’osso e si manifesta quando si perde troppo tessuto osseo o se ne produce troppo poco o le due condizioni insieme. Come risultato le ossa diventano fragili e possono rompersi con una caduta o, nei casi più gravi, anche a seguito di azioni semplici, come starnutire o sbattere contro mobili.
Osteoporosi significa “ossa porose”. Se si guarda il tessuto osseo sano al microscopio, si osserva che parti di esso hanno l’aspetto di un nido d’ape. Se avete l’osteoporosi, i fori e gli spazi del nido d’ape sono molto più grandi di quanto non siano in un osso sano.

L’osteoporosi è spesso denominata una “malattia silenziosa”, perché non si possono sentire le ossa sempre più deboli. La frattura è spesso il primo segno di osteoporosi oppure si può notare che la parte superiore della schiena è curva in avanti. Se si verifica perdita di altezza o la colonna vertebrale è curva, la malattia può essere già in uno stadio avanzato.
Con il termine “massa ossea” si intende un indice che misura la quantità di minerali presente nel nostro scheletro. Intorno ai 20-25 anni si raggiunge l’assetto definitivo dell’osso.
Il picco di massa ossea si raggiunge intorno ai 16-18 anni per le femmine e 20-22 anni per i maschi.
La perdita di massa ossea inizia tra i 35-45 anni nelle donne e tra i 40-50 anni nell’uomo.
Con la menopausa accresce la perdita di massa ossea nelle donne a seguito della ridotta secrezione di estrogeni da parte delle ovaie.
La MOC o mineralometria ossea computerizzata è lo strumento con cui si misura la massa ossea. In linea generale si può dire che più la massa ossea è alta, più l’osso è robusto. Per esempio si calcola che in una donna di 50 anni con massa ossea normale e con normali prospettive di vita, il rischio di avere in futuro una frattura di osteoporosi è del 13%. Se la sua massa ossea è bassa, il rischio raddoppia. Quindi valutare in termini quantitativi la componente minerale dell’osso e la sua variazione nel tempo permette di diagnosticare la presenza o meno di osteoporosi, e il rischio di svilupparla in futuro.
Esistono dei fattori di rischio per l’osteoporosi. Si distinguono in fattori di rischio immodificabili e modificabili.
I fattori di rischio a cui non si può porre rimedio sono i seguenti: famigliarità, menopausa, avere più di 50 anni, essere donna, esilità, basso peso corporeo.
Invece i fattori di rischio modificabili e su cui è possibile lavorare sono: insufficienza di calcio e vitamina D, scarso apporto di frutta e verdura, regime alimentare troppo proteico, ricco di sale e caffè, vita sedentaria, fumo e alcool.
L’esercizio fisico regolare è un cardine nei programmi di intervento nella gestione dell’osteoporosi in quanto aumenta la massa ossea, riduce il consumo di analgesici, aumenta l’abilità funzionale nelle attività quotidiane e migliora la qualità della vita. Infatti il peso del corpo unito alla forza di gravità stimola positivamente la calcificazione. Sono molto utili esercizi di carico come camminare, ballare, ginnastica dolce in acqua e fare le scale.
Gli esercizi di resistenza rafforzano la muscolatura e prevengono il rischio di cadute. Gli esercizi posturali di balance sono utilissimi, in quanto riducono il rischio di fratture, migliorando l’equilibrio e l’allineamento del corpo. Possono essere dannosi esercizi di rotazione del tronco e le flessioni, in quanto aumentano il rischio di fratture vertebrali.

La sintomatologia nell’osteoporosi è generalmente assente, in quanto il dolore subentra solo al momento della frattura e non preventivamente. Solo in rari casi alcuni pazienti accusano dolore da affaticamento, quando stanno in posizione eretta. Il dolore nelle fratture vertebrali, ovvero lo schiacciamento più o meno accentuato del corpo vertebrale, si percepisce in modo violento. Il dolore non passa in alcuna posizione ed in genere è localizzato nella parte interessata, ma può anche estendersi in base al nervo spinale coinvolto. La guarigione totale avviene nell’arco temporale di 2-4 mesi. Quanto appena descritto riporta cosa significa soffrire di dolore acuto nell’osteoporosi.

Insieme a quest’ultima ci possono essere altre condizioni, che portano ad una cronicizzazione del dolore.
Esistono diversi modi per cercare di affrontare meglio la convivenza da dolore cronico:
– accettarsi
– gioire dei propri miglioramenti
– programmare la vita laddove è possibile
– non isolarsi
– fare attività piacevoli
– farsi aiutare (supporto)
– pazienza

 

Articolo redatto da Elisa dott.ssa Pratiffi durante la manifestazione “Dolore: istruzioni per il non uso – seconda edizione” tenutasi a Cermenate (CO)

 

DOLORE IN MUSICA

DOLORE IN MUSICA (LA MUSICOTERAPIA APPLICATA AL DOLORE)

La musica è fortemente legata all’uomo e per questo motivo può influenzare molti aspetti fisiologici ed emotivi. La musica è utilizzata per curare diversi disturbi neurologici, psichiatrici ed emotivo/relazionali ed ha anche sempre più un ruolo in ambito ospedaliero. Si parla così di musicoterapia.

Tra le varie tecniche musicoterapeutiche, l’ascolto della musica e, in particolare della musica preferita dal paziente, riduce l’ansia e il dolore derivanti da procedure chirurgiche o mediche, prima e durante gli interventi.

La musica è stata usata anche per ridurre il dolore in assenza di procedure mediche, ad esempio in condizioni di dolore cronico.
Questo perché è in grado di attivare alcuni sistemi neurochimici legati alla ricompensa, alla motivazione e al piacere. Influisce positivamente anche su stress, attivazione emotiva e sistema immunitario, modulando alcuni recettori come quelli della dopamina, degli oppiacei, del cortisolo, della serotonina ecc…
L’ascolto musicale individualizzato può ridurre dolore, ansia, depressione, dosaggio di farmaci anestetici o analgesici in popolazioni diverse tra cui: anziani (osteoartrite o dolore cronico causato da patologie legate all’invecchiamento), pazienti oncologici e donne con tumore al seno (dolore e ansia legati sia alla diagnosi sia al trattamento), donne che si devono sottoporre a parto cesareo e pazienti che si devono sottoporre a procedure urologiche con anestesia spinale, calcoli dell’apparato urinario.

Una particolare intelligenza artificiale (Melomics Health) può comporre musica adeguata a bambini per distrarli da test cutaneo che spesso è motivo di ansia e sensazione di dolore. Grazie ad un dispositivo tecnologico e ad una opportuna sonorizzazione si sta testando un protocollo (Sonichand) per rendere più efficace la riabilitazione neuromotoria della mano in pazienti colpiti da ictus, supportando gli esercizi della terapia motoria ostacolati spesso dal dolore percepito.

Articolo redatto da Daniele dott. Molteni sulla base della relazione tenuta durante la manifestazione “Dolore: istruzioni per il non uso – 2 edizione” a Cermenate (CO)

NUTRIZIONE E INFIAMMAZIONE

NUTRIZIONE, INFIAMMAZIONE E DOLORE

Negli ultimi anni si parla sempre più dell’alimentazione e dell’importanza che essa riveste
nella prevenzione delle malattie.
È davvero così importante l’alimentazione? Quali sono le abitudini errate?
Per iniziare si può parlare di NUTRIGENOMICA, una parola che indica la combinazione
della nutrizione e della genetica. I nutrienti (proteine, carboidrati, grassi, vitamine) sono
utilizzati dal corpo e possono influenzare l’espressione di alcuni geni presenti nel DNA, così
come i geni possono influenzare la risposta dell’organismo ai nutrienti.
Occorre sapere che lo stile di vita e le abitudini alimentari, nel corso degli ultimi decenni, è
profondamente cambiato in quanto è diminuito molto il consumo calorico (minor attività
fisica e ambienti termicamente più protetti) e si mangiano meno frutta, verdura, pesce con
frequenti spuntini a base di “cibo spazzatura”.
Le varianti dei geni, che possono venir favorite dall’alimentazione, interessano soprattutto
alcune sostanze che favoriscono l’infiammazione come l’interleuchina 6 (IL-6), il fattore di
necrosi tumorale (TNF) e la proteina C-reattiva (PCR). Alti livelli di queste sostanze fanno
si che l’infiammazione si protragga oltre il tempo necessario, aumentando così la
possibilità che l’individuo sviluppi malattie infiammatorie, asma, allergie, intolleranze.
L’eccesso di grasso corporeo favorisce anch’esso l’infiammazione e tante patologie cardiovascolari.

Tra i vari processi il meccanismo infiammatorio ha un’azione anche sulle articolazioni
portando verso una cronicizzazione dell’infiammazione, che sarebbe causa di artrosi e
anche di dolore.

In che modo l’alimentazione può prevenire le malattie a carico dello scheletro e delle
articolazioni ?
Ecco di seguito i principali fattori che favoriscono i processi dannosi all’organismo:

  • Eccesso di zuccheri raffinati presenti in biscotti, gelato, dolci, pane bianco, farine
    bianche
  • Eccesso di grassi dannosi nelle carni rosse, alcuni formaggi, margarina, grassi
    idrogenati
  • Scarso apporto di fibre e vegetali freschi
  • Scarso apporto di grassi sani presenti nel pesce, olio extravergine di oliva, noci e
    nocciole
  • Inadeguato apporto di vitamine e Sali minerali

GLI ZUCCHERI O CARBOIDRATI
Un nutriente fondamentale della dieta sono i carboidrati. Essi si differenziano tra loro in
base alla loro capacità di innalzare il livello della glicemia e quindi di stimolare la
produzione di insulina. Va ricordato che alti livelli di insulina sono stati associati ad alti
livelli di indici infiammatori nel sangue (tra cui PCR e IL-6).
La diversa capacità di innalzare la glicemia di un alimento è chiamata INDICE GLICEMICO.

Esso è classificato in 3 categorie:
 BASSO < 50 mg/dl
 MEDIO >50 < 70 mg/dl
 ALTO > 70 mg/dl
Gli elementi a basso indice glicemico non stimolano l’insulina.

Selezionando gli alimenti a basso indice glicemico e riducendo le quantità di carboidrati
introdotti è possibile diminuire l’infiammazione, ridurre il rischio di obesità e di diabete.
Le malattie reumatiche e la psoriasi sono fortemente influenzate da elevati livelli di
insulina nel sangue.

I GRASSI
Esistono principalmente quattro categorie di grassi:

  1.  Saturi
  2.  Monoinsaturi
  3.  Polinsaturi omega-3
  4.  Polinsaturi omega-6

I grassi “buoni” sono quelli mono e polinsaturi, contribuiscono alla diminuzione
dell’infiammazione e sono contenuti nell’olio extravergine di oliva, nell’olio di lino, nella
frutta secca e nel pesce.
I grassi “nocivi”che sono quelli saturi e idrogenati che contribuiscono all’infiammazione
sono contenuti soprattutto nei formaggi, nella carne e nelle margarine.

Perché i grassi sono fondamentali per l’organismo? Perché essi costituiscono soprattutto le
membrane di tute le cellule presenti nel corpo umano. Una membrana composta da grassi
sani svolge correttamente la sua funzione, una membrana composta di grassi nocivi si
danneggia, favorisce l’infiammazione e la produzione di radicali liberi.

È fondamentale anche bilanciare le quantità di grassi omega-3 e omega-6, dove solitamente
gli ultimi sono in eccesso.

È possibile valutare la composizione dei grassi che compongono le cellule tramite il Fat
Profile, in modo da sapere se ci sono squilibri di membrana ed evidenziare il bilanciamento
tra i diversi tipi di acidi grassi.

LE PROTEINE
Le proteine sono fondamentali nella dieta poiché contribuiscono ad apportare gli
amminoacidi, cioè i mattoni del nostro corpo.
Per garantire nel tempo il mantenimento di una buona massa magra è importante
assumere una quantità di proteine pari a 1/1,5 g per kg di peso ideale e con una buona
qualità.

Questo garantisce nel tempo una diminuzione del rischio di sarcopenia (perdita di massa
muscolare magra) che sarebbe alla base di molti problemi nelle persone over 65 tra cui la
riduzione della mobilità e la capacità di mantenere un buon stato di salute.

In conclusione si può dire che ogni individuo possa avere una predisposizione genetica alle
malattie infiammatorie. Questa predisposizione associata ad uno scorretto regime
alimentare può far innescare la patologia vera e propria.
Bilanciando correttamente la dieta si può fare molto per prevenire molti tipi di malattie.

 

Articolo redatto sulla base della relazione di Roberto dott. Maugeri tenuta durante la manifestazione “Dolore: istruzioni per il non uso – 2 edizione” svoltasi a Cermenate (CO)

L’INTEROCEZIONE

L’INTEROCEZIONE
L’interocezione nacque nel 1906 introdotta dal neurofisiologo sir Charles Sherrington che lo definì come l’insieme degli stimoli che giungono dagli organi interni viscerali.

 

Il prof. sir Charles Sherrington,

neurofisiologo e poeta

 

 

A partire dagli anni 2000 il concetto è stato via via esteso e attualmente la definizione di Craig del 2002 è quella più completa e universalmente riconosciuta:

 

“Interocezione come percezione delle sensazioni fisiologiche dell’intero corpo”.

 

Descrivendola con altre parole essa può essere considerata come la capacità di avvertire/sentire in modo conscio ed inconscio i movimenti viscerali (tra cui battito cardiaco, respiro, peristalsi, sensazione di fame e sete, …) le modificazioni metaboliche (pH, pO2, …), la risposta interiore che hanno gli eventi tenuto conto della dimensione affettiva, emozionale e motivazionale.
Dunque si comprende come l’interocezione al momento sia un concetto ampio che comprende diversi aspetti della persona contemporaneamente: le emozioni, la fisiologia, il pensiero, il corpo, … si integrano e sono percepiti sotto forma di sensazioni corporee.

 

L’INTEROCEZIONE NEL CERVELLO
A livello cerebrale tutte le informazioni inviate dal corpo raggiungono diverse aree cerebrali tra cui l’insula, la corteccia prefrontale, l’area sensitiva primaria, la corteccia cingolata anteriore, la sostanza grigia periacqueduttale.
Tra queste l’insula (una porzione del cervello che si situa appena al di sotto della corteccia) ha un ruolo primario: a questo livello sembra si creino delle “mappe corporee” in cui diversi circuiti cerebrali portano le loro informazioni sovrapponendo sensazioni interne, sensazioni esterne, azioni, emozioni, motivazioni e pensieri.

 

Il lobo dell’insula, porzione chiave del cervello

coinvolta nell’interocezione

 

 

Sebbene il termine interocezione sia stato usato a partire dagli anni 2000, occorre ricordare come sia dalla metà del secolo scorso, che si sono moltiplicate le pubblicazioni specialistiche relative alla capacità del corpo di processare le informazioni interocettive derivanti dai vari organi o sistemi.
Ne sono un esempio la capacità di percepire il battito cardiaco, la percezione della fame o della pienezza, il calore e il freddo, le sensazioni gradevoli e sgradevoli, …
La neurofisiologia insegna che l’insula sia coinvolta nei processi di attenzione, nel prendere decisioni, nella consapevolezza senso-motoria, nel percepire il tempo, nell’empatia, nell’ascolto e produzione di musica, nel dolore, nella regolazione dei sistemi organici.
Da questo si può dedurre che l’interocezione abbia influenza su molti comportamenti e più in generale nella regolazione di quel meccanismo fondamentale per il corpo che è l’omeostasi o se si vuole in un concetto più esteso l’allostasi.

 

LA RISPOSTA DELL’ORGANISMO
L’allostasi può essere considerata come la capacità di mantenere la stabilità dei sistemi fisiologici tramite un cambiamento, ossia la capacità dell’organismo di adattarsi alle diverse richieste dell’ambiente interno ed esterno.
Essa ha a che vedere con il concetto ingegneristico della resilienza, dove quest’ultima in psicologia è intesa come l’abilità a far fronte in maniera positiva ad eventi avversi o in generale stressanti.

 

La resilienza è un’abilità che permette di

adattarsi in diverse condizioni di vita

 

 

Riassumendo quanto esposto sinora, l’interocezione è un’insieme di percezioni che coinvolge l’intero organismo che racchiude mente e corpo in una stretta relazione.
Si può capire come un’alta interocezione sia collegata ad una buona consapevolezza del sé, includendo la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni.
Aumentando la consapevolezza è possibile rispondere alle richieste dell’ambiente in modo più efficace, mettendo in gioco la resilienza e di conseguenza un’efficiente meccanismo di allostasi.

 

Un organismo con un’interocezione organizzata:
– Si adatta più facilmente
– Sopravvive
– È sicuro
Viceversa, un’interocezione alterata espone a:
– Affaticamento
– Entra in allerta e porta all’ansia patologica
Attualmente un’alterazione nell’interocezione è supposta essere alla base di patologie come:

 

  • Stress da disturbo post-traumatico
  • Anoressia e bulimia nervosa
  • Depressione maggiore
  • Dolore cronico

 

Per concludere, le possibilità attualmente oggetto della ricerca sulla capacità di aumentare la consapevolezza sono diverse. Tra le varie si citano la meditazione e la mindfulness che con la loro capacità di riorientare l’attenzione verso le sensazioni interocettive sono naturalmente votate alla consapevolezza.

 

L’ascolto del corpo e delle sensazioni

ad esso collegate sono fondamentali

per una buona consapevolezza

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

Chiera et al. (2017), La PNEI e il sistema miofasciale: la struttura che connette, Edra, Milano.

 

Craig (2009), “How do you feel – now? The anterior insula and human awareness”, Nature Reviews Neuroscience

 

Haase et al. (2016) “When the brain does not adequately feel the body: links between low resilience and interoception”, Biological Psychology

 

 

 

 

 

PICCOLE SUGGESTIONI PER GESTIRE IL DOLORE

Il dolore è un problema molto diffuso. Solo in Italia si stima che 1 persona su 5 soffra di dolori cronici (circa 12 milioni) e ogni anno vengono spesi circa 11 miliardi di euro in visite e terapie.
In Europa il dolore cronico colpisce circa 100 milioni di persone, con una prevalenza del 50% nella popolazione anziana.
Questi dati dicono con chiarezza quanto il dolore e, in particolare quello cronico, sia una vera piaga sociale e come tale vada trattato, perché le persone possano avere una qualità di vita più elevata.
Si è introdotto cosa sia il dolore (introduzione al dolore), come sia importante la farmacologia, ma che esistono anche diversi sistemi e mezzi per migliorare la condizione dolorosa, anche integrando i farmaci.
In questo articolo vorrei inquadrare alcuni degli aspetti che vengono coinvolti nelle persone che soffrono e quindi dare anche qualche indicazione concreta su come iniziare a gestire il dolore.

Una delle prime componenti che viene colpita nelle persone con dolore è il movimento. È normale che in seguito ad un trauma o ad un dolore, il cervello decida di non farci muovere la parte del corpo coinvolta. Se la situazione si prolunga eccessivamente, si può andare incontro ad una vera e propria paura del movimento, che prende il nome di kinesiofobia. Il fatto è che questa paura può continuare ben oltre la fine dello stimolo doloroso (ossia quando l’origine del dolore è sparita) e condizionare il movimento, magari senza che ce se ne renda conto.
Potrebbe essere così importante soffermarsi un po’ su questo aspetto. Qui ci si ricollega alla capacità di sentire il proprio corpo (interocezione) e in particolare alla sensibilità di “sentire” muscoli e articolazioni (propriocezione).

Per fare questo passaggio è necessario fermarsi ad ascoltare il proprio corpo.

 

Ti propongo a questo scopo un piccolo esercizio di consapevolezza per la colonna lombare.

  • Sdraiati (meglio su un piano duro) con le ginocchia flesse, in modo da appoggiare le piante dei piedi. Inizia a percepire come è l’appoggio della tua colonna lombare: c’è spazio? Un lato è più aderente dell’altro? Tutto il tratto appoggia?
  • Ora prendendo una palla morbida (di gommapiuma), puoi metterla al centro dell’osso sacro. La palla non deve dare fastidio.
  • Puoi iniziare a basculare il bacino avanti e indietro lentamente, lasciando che la tua attenzione rimanga sulla colonna lombare, in maniera da sentire cosa succede durante questo movimento.
  • Quando senti di fare il movimento in modo abbastanza fluido e piacevole, puoi fare dei movimenti laterali del bacino, verso destra e sinistra, ascoltando il corpo. Ripeti il movimento lentamente e finché ne hai voglia.
  • Ora, facendo in modo che la palla rimanga il centro del tuo cerchio, disegna con il bacino un orologio, lentamente, in senso orario e poi antiorario, notando le differenze, nel movimento tra i due lati, le difficoltà e la facilità incontrate e via così.

Come risponde il tuo corpo a tutto questo? Cambia il dolore durante l’esercizio? Se sì, in che modo?

 

Un altro aspetto, importante per gestire il dolore può essere il respiro. Attraverso il respiro si può portare rilassamento al corpo, si può diminuire lo stato di stress, modulare l’intensità delle nostre emozioni.

 

 

Ecco un altro piccolo esercizio, che in cinque minuti, può aiutarti.

  1. Stenditi e porta l’attenzione al tuo respiro.
  2. Una mano può essere appoggiata sulla pancia, l’altra sulla parte laterale della gabbia toracica, per aiutarti a sentire i movimenti del tuo corpo durante la respirazione.
  3. Il tuo respiro è ora mantenuto attraverso il naso, sia durante la fase di inspirazione che durante la fase di espirazione.
  4. Gradualmente il respiro si fa lento e profondo, senza alcun tipo di forzatura.
  5. Puoi sentire che il ventre si gonfia durante l’inalazione e si sgonfia nel momento in cui l’aria esce.
  6. Ripeti il movimento per 10 o 15 volte.

Come è stato praticare l’esercizio? Come ti senti ora che sei giunto al termine?

Questi esercizi, brevi e semplici hanno lo scopo di aiutare a gestire il dolore, attraverso un contatto “diverso” con il proprio corpo e quindi anche con la propria parte dolente.

 

DOLORE: NEMICO O ALLEATO?

IL CICLO DEL DOLORE

Il termine dolore racchiude in una parola tantissime accezioni, che solo i più fortunati hanno avuto l’onore di conoscere. Dalla definizione del vocabolario di lingua italiana, il dolore sembra essere una sensazione penosa, diffusa o localizzata, susseguente alla stimolazione di particolari ricettori sensitivi da parte di agenti di varia natura e intensità oppure, lo stesso, è descritto come stato di sofferenza spirituale provocata da realtà ineluttabile, che colpisce duramente il corso della vita.
Credo che, al di là della definizione classica, sia importante specificare anche altri aspetti del tema dolore. Personalmente ho avuto modo di venire a contatto con il dolore in tenera età a causa di una rara malattia ossea, per questo motivo mi sento sufficientemente esperta per dare qualche consiglio.
In 35 anni di stretta convivenza con la malattia e il dolore (o forse dovrei dire malattia-dolore?!) ho capito che nella mia vita spesso si verifica quello che io chiamo: il ciclo del dolore. 

 

 

Disperazione è la prima fase con cui ci si scontra quando si scopre di avere un dolore persistente e resistente a molteplici terapie, ed è caratterizzata dal buio totale, dalla tristezza e dalla rabbia, espressa con “perché proprio a me?”.
Partecipazione passiva generalmente è conseguente alla disperazione ed esprime sentimenti quali la rassegnazione e la preoccupazione per il proprio futuro. In questa fase si è poco partecipi della propria vita e ci si sente in gabbia: è come se si fosse meri osservatori di se stessi.

Finalmente dopo questa terribile fase di quasi apatia, si passa alla fase attiva: chiedere aiuto.

Si torna a essere vivi, a lottare per stare meglio e solo allora si chiede aiuto. Si comincia a coinvolgere i propri famigliari, i propri amici. Si inizia ad esternare tutte le emozioni negative che il dolore porta e si cerca conforto. Si cercano varie strade che portino al “non dolore”. Io ho provato a lavorare su me stessa tramite la meditazione e il controllo del respiro, strumento che è entrato a far parte di me e che esercito quotidianamente, quando sento che il dolore va fuori dal mio controllo. Inoltre, grazie all’appoggio della mia famiglia e degli amici più cari ho cercato di trovare attività di svago, che mi permettessero di deviare il pensiero dal dolore a qualcosa di piacevole.

Ho ripreso ad andare in piscina, anche con il dolore. Mi è capitato infatti di entrare in acqua con tanto dolore, provare a fare due bracciate e rendermi conto di stare meglio. Ciò mi ha aperto gli occhi su una credenza errata che avevo: quando si ha un dolore cronico, muoversi, non sempre peggiora la situazione!
Ho iniziato a non negarmi quando mi si proponeva un’uscita, nonostante il dolore facesse da padrone. Ciò mi ha fatto scoprire che una volta fuori dal “mio nido di dolore”, mi sento meglio perché la mia mente pensa ad altro. Ho capito quindi che a volte vale davvero la pena di forzarsi a socializzare, a patto che gli amici siano consapevoli del fatto che, se non ci si riesce, si debba tornare a casa presto.
Infine ho provato anche la terapia del dolore con discreto successo.

Un italiano su quattro infatti soffre di dolore cronico, ma non conosce la terapia del dolore. Il dolore cronico è regolamentato da una legge di Stato (38/2010), in cui vengono emesse delle disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Tale legge sancisce che le strutture sanitarie che eroghino cure palliative e terapie del dolore assicurino un programma di cura individuale per il malato e per la sua famiglia. Tutto ciò, tradotto in termini più semplici, significa che ciascuno di noi a fronte di un dolore cronico ha il diritto di andare dal proprio medico di base e richiedere una visita con un terapista del dolore. Quanto descritto è solo una parte di quel che si può fare per creare una rete di persone e di aiuti intorno a noi, che ci faccia sentire supportati.

Non importa come, ma l’obiettivo è migliorare la qualità della nostra vita. Se grazie alla nostra rete e a noi stessi iniziamo a stare meglio, accettare tutto quel che ci è capitato sarà automatico. Ci sentiamo finalmente sereni e non temiamo di fronteggiare ex novo un altro episodio di riacutizzazione del dolore, poiché ora siamo ricchi di strumenti che prima non sapevamo di possedere.

Ma sarà davvero così? Sicuri della nostra forza, alla prima ricaduta saremo davvero così bravi dal non farci prendere di nuovo dallo sconforto?

Visto che ci sono già passata, vi racconto cosa accadrà: ricomincerà il ciclo del dolore.

Al primo sintomo acuto, affronteremo baldanzosi la situazione provvedendo immediatamente ad allertare la nostra rete, a prendere il solito farmaco che funziona sempre e attenderemo fiduciosi qualche giorno. Trascorso il tempo in cui, secondo noi, il dolore acuto dovrebbe passare, se succederà, ne usciremo vittoriosi, ma, se ciò non dovesse accadere, inizieremo a farci prendere dalla paura e dalla preoccupazione. Aspetteremo ancora qualche giorno, senza giovamento, e con il dolore amplificato dall’ansia. Ed ecco che a pochi giorni dal nuovo esordio del dolore acuto, saremo di nuovo nella fase della disperazione con tanta rabbia e tristezza.

Stavolta però abbiamo un vantaggio: sappiamo che questa fase passerà. Abbiamo infatti una rete su cui poggiarci e conosciamo già l’iter. Il risultato sarà che la fase di disperazione durerà molto meno della prima volta e passeremo direttamente alla richiesta di aiuto, senza passare dalla partecipazione passiva. Sappiamo che bisogna essere attivi per stare meglio e che sentimenti quali la rassegnazione e la tristezza non aiutano per nulla! Eccolo qui il vantaggio derivato dall’esperienza: trasformare l’accettazione in resilienza.

 

 

Secondo il solito vocabolario della lingua italiana, la resilienza è la capacità che un individuo possiede nel reagire ad un evento drammatico della propria vita. Si dice che più si subiscono eventi traumatici, più si diventa resilienti, ma a mio avviso non è così: la resilienza richiede allenamento. Non si diventa resilienti automaticamente in seguito ad un evento drammatico! Si diventa resilienti se di natura si è ottimisti, se non si perde mai la speranza, se si tende a vedere che i momenti negativi sono momentanei e circoscritti. Occorre lavorare sul potenziale, portare tanta pazienza e non  cercare a tutti i costi una spiegazione nella riacutizzazione del dolore pur cercando sempre maggiore consapevolezza della propria situazione. Quindi se si lavora bene su stessi, col tempo e con l’esperienza si impara a gestire il ciclo del dolore con serenità.

 

Elisa Pratiffi

 

I GRUPPI DI AUTO-AIUTO

Perché in questo sito parlare di auto-aiuto? Continua a leggere!

Esistono diversi gruppi di auto-aiuto: quelli che si basano sulla condivisione di una patologia comune o di un handicap; quelli che si fondano sul desiderio di disintossicarsi da una dipendenza (ad esempio alcolismo, tossicodipendenza, ludopatia); quelli che si costituiscono sulla base di una situazione difficile comune (ad esempio elaborazione di un lutto o di una separazione/divorzio o convivere con una persona malata).

Il gruppo di auto-aiuto può essere utile anche in caso di dolore cronico, la condivisione del proprio “problema” con altre persone con lo stesso problema può dare dei vantaggi.

Personalmente venni a contatto con i gruppi di auto-aiuto nel lontano 2009 e ne trassi subito dei benefici. Ai primi incontri vi partecipai tentennante, dubbiosa e anche un po’ spaventata. L’idea di mettermi a nudo di fronte a degli estranei mi gelava, ma presto dovetti ricredermi. Dopo poco tempo mi trovai accolta come mai accadde prima. In quello spazio temporale a me dedicato imparai a prendermi cura in primis del mio dolore e poi lentamente di me stessa in toto. Grazie al racconto della propria esperienza e del proprio vissuto, ci riconoscemmo nelle medesime difficoltà e nella soluzione degli stessi problemi, diventando perciò preziosi a coloro che ancora non avevano trovato il modo per uscirne. Dopo qualche anno da partecipante ai gruppi di auto-aiuto divenni facilitatrice, ovvero coordinatrice di un dialogo pulito, delle buone maniere, del rispetto reciproco e dello stretto riserbo di quanto detto nel gruppo. In nessun altro luogo ho mai incontrato persone più vere ed empatiche.

Non si impara mai abbastanza da un gruppo di auto-aiuto e ogni gruppo può dare un qualcosa di diverso che incita ad una importante crescita personale. Credo infatti che la forma più elevata di un gruppo di auto-aiuto sia l’educazione reciproca alla resilienza.

Riassumendo il gruppo può:

  1. Ascoltare
  2. Alleggerire le situazioni di stress emotivo
  3. Aiutare a liberarsi dal senso di impotenza
  4. Annientare la solitudine e la bassa autostima
  5. Aumentare il livello di competenza interpersonale
  6. Consolidare strategie di cambiamento per migliorare il modo di affrontare i momenti no
  7. Favorire lo scambio naturale di informazioni utili
  8. Educare alla Resilienza

 

                                                                                                                                                              Elisa 

Dolore acuto e dolore cronico

IL DOLORE ACUTO E IL DOLORE CRONICO

Quando si parla di dolore, spesso se ne parla come se esistesse un solo tipo di dolore e come se tutti i dolori fossero uguali.

La classificazione può essere fatta in diversi modi, una di queste è quella che distingue il dolore cronico da quello acuto. Da una diversa osservazione e classificazione, ne nasce anche un differente trattamento, che è l'elemento che più interessa il lettore.

Di solito, si utilizza la definizione di dolore della IASP che dice:

"Esso è una sgradevole esperienza sensoriale ed emotiva, associata ad un effettivo o potenziale danno tessutale o comunque descritta come tale"

In questa definizione si parla di come questa esperienza (comune a tutti gli esseri viventi e vissuta in modo diverso) porti con sé aspetti legati ai sensi (e quindi al corpo) e all'aspetto emotivo (di natura meno palpabile), tuttavia senza operare distinzioni.

Si può definire il dolore, in generale, un'esperienza multifattoriale perché composto da componenti diverse, sebbene non separabili tra loro: aspetto tessutale, aspetto psicologico, aspetto sociale che si fondono nell'unica sensazione grossolanamente percepibile che sentiamo come dolore.

Si iniziò a parlare di dolore acuto e cronico negli anni '90, dove nel dolore acuto si intende qualcosa insorto da poco tempo, strettamente legato a processi biologici sottostanti (un'infezione, un'infiammazione) e che nel momento in cui il processo si conclude anche il dolore termina. E' il caso di un infarto al cuore, un'artrite, una peritonite, ... I farmaci sono solitamente efficaci in queste situazioni.

Molto diverso è il meccanismo del dolore cronico, che pur essendo percepito sempre e solo come dolore si può definire come un processo "a circuito chiuso", dove i meccanismi che stanno alla base sono entrati in un circolo vizioso, tanto sul piano fisico/neurologico, quanto sul piano psichico e che continuano ad autosostenere il processo dolore. Può essere che il lo stimolo iniziale tissutale (che poteva essere avvenuto tempo addietro) e che ha innescato la sintomatologia, nel momento attuale non sia più presente: occorre considerare che il dolore possa essere presente anche in assenza di uno stimolo periferico.

Solitamente il dolore cronico si riferisce ad un dolore che persiste da tempo, tuttavia il dolore può presentare caratteristiche di cronicità anche quando è insorto da poco, per esempio nel caso di riacutizzazioni di un dolore già conosciuto.

Accanto al dolore, solitamente ci sono altri elementi più manifesti (se non alla persona, ad un occhio clinico esterno attento) come la paura del movimento (kinesiofobia), un'ansia intorno alla persistenza del sintomo e che condiziona la vita.

Si può comprendere come a questo punto, il trattamento della cronicità non possa ridursi solamente alla prescrizione di un farmaco (che può tuttavia risultare utile), ma necessita di un approccio medico-bio-psico-sociale che abbracci la persona nella sua interezza. Il trattamento si potrebbe dire non è centrato sul dolore, bensì è orientato alla persona, che si adatta alle sue caratteristiche, che risponde ad esigenze specifiche che come si è visto possono essere molte, specialmente quando il dolore si protrae da molto tempo e che quindi può anche aver condotto ad elementi secondari come depressione e sofferenza.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

"Dolore acuto e dolore cronico" - documento AIST a cura dott. Brugnoli

Clifford JW - "What is this thing called pain" - Journal of clinical investigation 2010

Bueno-Gomez N. - "Conceptualizing suffering and pain" - Philosophy, etics and humanities in medicine 2017

DOLORE IN ACQUA

LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA

Chi soffre di dolore cronico è alla continua ricerca di nuove terapie e trattamenti al fine di migliorare la qualità della propria vita e per molti l'approccio all'acqua calda sembra essere una soluzione valida.

Chi non ha mai tratto beneficio da una giornata alla terme? Anche chi non soffre di dolore, credo sia uscito contento e sereno da una giornata di relax alle terme o in un centro benessere. L'acqua calda ha infatti la proprietà di sciogliere ogni genere di rigidità e portare un rilassamento generalizzato, utile anche all'evasione mentale.

Ricordo che, sin da piccola, se non volevo pensare a niente, immergevo la testa sott'acqua restando in apnea per qualche secondo e, una volta sotto, tutti i problemi inclusi i dolori mi sembravano distaccati e lontani.

Una persona che soffre di dolore cronico necessita non solo di dare sollievo al proprio corpo, ma anche la propria mente. Non è facile sopportare quotidianamente un dolore che non ci abbandona mai. Proprio per questo motivo, trovare un mezzo come l'acqua calda che attutisca tutto ciò, può essere una scoperta meravigliosa che necessita di essere condivisa.

Perché effettuare un trattamento in acqua calda? Al di là dell'evasione mentale e del rilassamento, lavorare col proprio corpo in acqua, aiuta a consolidare le nostre potenzialità e migliora le nostre insicurezze. L'assenza di gravità e il sostegno che l'acqua è in grado di dare, permette di farci sentire più leggeri e capaci di movimenti che altrimenti, a secco e in presenza di dolore cronico, non si sarebbe in grado di svolgere. Si capisce come dopo un trattamento in acqua si possa uscire vincenti, rilassati e contenti.

Recentemente, grazie alla società di Psico-neuro-endocrino-immunologia (SIPNEI) ho conosciuto l'Oceanic BodyWork Aqua (OBA), un'innovativa terapia acquatica che comporta un lavoro sia in superficie che sott'acqua.

OBA è una forma di lavoro corporeo, che fu sviluppato negli anni '80 da Nirvano Maria Shulz e Kaya Femerling. Il trattamento avviene in una piscina di acqua calda a 35° C circa. 

Attirata in primis dal lavoro sott'acqua e memore di quanto mi piaccia stare "a mollo", ho deciso di sperimentare questo tipo di trattamento. La sessione di Oceanic BodyWork è durata circa 90 minuti e si è composta di diverse fasi: la prima di rilassamento globale in superficie d'acqua dove, il corpo sostenuto da un cuscino galleggiante per la testa e da un tubo per le gambe viene movimentato dolcemente dall'operatore, una seconda fase sempre in superficie dove, il bodyworker culla e dondola il corpo della persona sostenendolo senza l'ausilio di galleggianti. Infine una terza parte dove la persona viene immersa sott'acqua dopo aver indossato un tappanaso e lasciata fluttuare liberamente per pochi secondi.

La cosa che mi ha sbalordito di questo tipo di lavoro è che quando si riceve un trattamento del genere, la propria percezione corporea si modifica completamente: una sensazione di leggerezza e di scioglimento della rigidità, sollievo dal dolore cronico immediata e che perdura per qualche giorno successivo.

La fase sott'acqua è facoltativa ed è sempre una scelta di chi riceve il trattamento, che per me è stata la parte più piacevole ed efficace.

Concludendo sono rimasta così positivamente colpita dalla forza che è riuscita ad imprimere l'acqua sul mio corpo dolente e sulla mia mente confusa, che ho deciso di intraprendere il percorso di formazione, in modo da poter offrire questo tipo di trattamento a tutte le persone che, come me, soffrono di dolore!

LA PAURA DI MUOVERSI

Non riesco a collocare nella memoria quando mi fu detto che dovevo stare a riposo, in quanto altrimenti (era convinzione) il dolore sarebbe aumentato. Probabilmente tutto ebbe inizio quando, all’età di 10 anni, mi si scheggiò il femore, mi fu fatta la diagnosi di displasia fibrosa poliostotica e fui costretta a rimanere in stampelle molto a lungo. In quell’occasione, forse per la prima volta, il mio cervello associò che se avessi tenuto a riposo il mio femore, il dolore sarebbe scomparso. Il tempo passò e io con il mio dolore al femore ci trascorsi la maggior parte del mio tempo. Non c’era nessuno che non mi passasse il concetto del “se fa male, fermati”. E fu così che iniziai a darlo per assodato. Il terrore di muovermi troppo, peggiorando la mia situazione permase anche in seguito al primo intervento chirurgico, che in teoria, stando ai chirurghi, avrebbe dovuto essere risolutivo per la mia situazione. Mi avevano rimesso in piedi con un intervento (per l’epoca avveniristico) con un infibulo osseo in titanio, perchè avrei dovuto avere ancora paura?

Eppure io di paura ne avevo tanta.

In primis temevo che il “nuovo femore” non reggesse, poi avevo paura a fare le scale, poi sentivo la gamba diversa dall’altra, poi temevo di cadere e distruggere il lavoro che avevano fatto i luminari... Insomma senza accorgermene ero entrata in un terribile circolo vizioso che mi portava a prendere sempre l’ascensore, camminare solo su terreno piano e senza dislivelli, prediligere l’auto, non uscire con gli amici e detestare le passeggiate. Questa gabbia si prese buona parte della mia vita e ho impiegato anni prima di avere il coraggio di sfidare me stessa. Oramai adulta vivevo intrappolata nella mia paura del movimento (kinesiofobia) legittimando tutti i miei assurdi comportamenti.

E' così che da circa 10 anni ho iniziato un percorso di riabilitazione alla vita, così mi piace chiamarlo. Ho cercato molte soluzioni, che non avevo mai varato prima, che mi potessero ridare la libertà di essere me stessa. Quando per la prima volta mi fu detto: hai provato ad andare in piscina ugualmente anche se hai un forte dolore al femore? La mia reazione iniziale fu di sgomento, perchè per la prima volta avevo incontrato qualcuno che diceva il contrario di quel che per anni tutti mi avevano detto, medici inclusi. Una volta a casa ebbi modo di rifletterci e decisi di provare. Tanto cosa avevo da perdere? Stavo male, al massimo sarei stata più male, ma in fondo a quello ci ero abituata. Provai, rientrai a casa con meno dolore. E qui iniziai a essere un po’ confusa, così decisi di riprovare per capire se fosse stato solo un caso. Giorno dopo giorno compresi che il mito del “se fa male, fermati” si poteva sfatare. Il dolore non è magicamente scomparso, sicuramente ho allontanato l’atteggiamento persecutorio nei confronti del movimento.

La persona affetta da dolore cronico, spesso, attua strategie per poter allontanare e/o cambiare il dolore e questo modo di comportarsi si trasforma nel tempo in schemi mentali rigidi, pervasivi e continuativi. E’ come se si iniziasse a lottare con se stessi, pensando di eliminare il dolore. Questi schemi mentali non sono definitivi, è sempre possibile modificarli con l'esercizio e la volontà.

Muoversi, oltre a tonificare i muscoli e a liberare endorfine, serve a rompere questi schemi mentali: in gergo tecnico si parla di una riorganizzazione corticale cerebrale. Iniziando gradualmente a muoversi, si riprende contatto con le proprie capacità e con il proprio corpo, allontanando lentamente la paura nei confronti del dolore.

Personalmente negli ultimi cinque anni ho modificato moltissimo il mio approccio al dolore (anche se penso di avere ancora molta strada da fare) e ciò ne ha comportato una riduzione. Una delle variabili comportamentali che ho adottato è stata proprio quella di muovermi. Il cambiamento non è stato istantaneo. Non credo più alle favole da un pezzo e so per certo che non esiste una pillola magica che faccia passare tutto, tuttavia credo nella forza di volontà e nelle risorse che ciascuno di noi possiede. Credo anche nell’ educazione al dolore e nella scienza del dolore.

Se leggendo questo articolo, ti sei in parte riconosciuto in un comportamento kinesiofobico, forse è arrivato il momento di fare un salto di qualità e cercare di capire che muoversi non è deleterio per il nostro dolore cronico, anzi può essere un grande aiuto al proprio benessere.

 

                                                                                                                                      Elisa

I DOLORI NON SONO TUTTI UGUALI

TANTI SINTOMI, TANTI DOLORI

Quando ricevo delle nuove persone in studio, che portano come problema il dolore cerco di comprendere nella maniera migliore possibile a quale tipo di dolore si è di fronte.

Innanzitutto la localizzazione del dolore: la spalla, la colonna lombare, il collo, il ginocchio, …

Il passaggio successivo è quello delle caratteristiche provate del sintomo, in cui una delle domande che spesso pongo è: a che cosa assomiglia il tuo dolore? Essendo la percezione del dolore molto soggettiva, chi lo prova ne dà spesso una descrizione molto personalizzata che può dare molte informazioni a chi si occupa di capire qualcosa di quel dolore. Ecco che qualcuno riferisce: “ho un cane che morde qui”, “sento come un grande fuoco che va da qui a lì”, “sento le formiche che camminano lungo tutto il braccio”, … Gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi.

Le caratteristiche riferite al proprio sintomo, permettono di comprendere la natura e quindi di classificare il dolore stesso (anche se naturalmente per arrivare ad una diagnosi l’esame clinico ed eventualmente degli esami strumentali sono necessari).

Classificare il dolore nella maniera più precisa possibile, dovrebbe servire ad offrire un miglior trattamento terapeutico, più efficace e mirato.

Una classificazione del dolore è quella che divide: dolore nocicettivo, dolore neuropatico, dolore nociplastico.

Il dolore nocicettivo è un dolore che deriva direttamente dalla stimolazione dei recettori periferici inseriti per esempio nella pelle o in uno dei tanti tessuti di cui è formato il corpo umano. La sollecitazione importante di questi tessuti sia essa ad opera di un trauma, di un infiammazione comporta che si crei uno stimolo che dalla periferia raggiunge il cervello. Un dolore di questo tipo è generato da un taglio della pelle.

Il dolore neuropatico si definisce come un dolore causato da una lesione o da una malattia del sistema somato-sensoriale: questo significa che qualsiasi problema che riguardi il nostro sistema sensoriale (dalla periferia fino al cervello) che ne alteri le funzioni può dare un dolore di questo tipo. Un esempio di questo tipo di dolore è la conosciuta nevralgia del nervo trigemino, che colpisce metà volto.

Il dolore nociplastico infine è un dolore in cui c’è un’attivazione del sistema nocicettivo (sistema del dolore) senza però che ci sia una chiara evidenza di danno tessutale o un’attivazione dei recettori periferici. E quest’ultima categoria racchiude un grande numero di persone, non sempre ben definibile.

Soprattutto in questo tipo di dolore, è necessario (come ripetuto in altri articoli) considerare tutto il contesto della persona, perché in effetti l’aspetto psicologico, l’aspetto sociale potrebbero funzionare da stimolo per il dolore!

Esistono tante altre classificazioni del dolore, qui non riportate. Ciò che è importante ricordare che i dolori non sono tutti uguali (anche due mal di schiena!!) in relazione al fatto che ciascuno vive il proprio in maniera molto soggettiva e quindi non esiste un unico trattamento che possa risolvere tutti i dolori, bensì è sempre necessaria un’accurata valutazione al fine di proporre le migliori opzioni.

ASCOLTARE IL PROPRIO CORPO

L’ASCOLTO DEL PROPRIO CORPO NEL DOLORE

Quando si sente male ad una spalla solo da qualche momento non ci si presta molta attenzione; se il dolore persiste per qualche giorno esso inizia a divenire più rilevante e quindi ci si domanda:

“Che movimento ho fatto tale da farmi male?”

“Ho fatto qualche sforzo, magari senza accorgermi, e ora mi fa male la spalla!”

E per la maggior parte delle persone, se il problema persiste inizia un iter per indagare la possibile causa del dolore! E allora: ecografia, radiografia, risonanza magnetica e via dicendo.

Lo stesso procedimento, vale più o meno per tutte le problematiche dolorose e anche per la maggior parte dei problemi medici, dove partendo da un sintomo poi si procede con la ricerca strumentale.

Giusto! È il corretto modo di procedere.

Ampliamo un po’ il quadro.

Il dolore, insieme a fame, sete, sonno, stimolo ad urinare e altre sensazioni fa parte di quegli stimoli che permettono di regolare le funzioni corporee di base che in termini medici si identifica con il mantenimento dell’omeostasi.

Quando si ha fame, si cerca cibo. Quando si ha sete, si cerca qualcosa da bere. Quando si sente il bisogno di urinare, si cerca un bagno. E quando si ha dolore? Si cerca il medico? Sì, come si è già visto, ma occorre forse anche ridare valore alle proprie sensazioni dolorose, che specialmente se persistono possono avere un significato più profondo del “c’è qualcosa che non funziona nella parte che mi fa male”.

I sintomi possono essere i più disparati, così come i dolori possono essere di tanti tipi, eppure la maggior parte delle persone sanno indicare solo che una parte del corpo fa male e non sanno descrivere le caratteristiche del proprio sintomo. Anzi se si cerca di approfondire con loro la natura di ciò che sentono, qualcuno si spazientisce e ribadisce “mi fa male” come se non si potesse aggiungere altro.

Il corpo da molti segnali e il dolore è solo uno di questi. Per poter dare rilevanza a questi segnali occorre sviluppare una capacità di ascolto verso se stessi, che per alcune persone può risultare difficoltosa per una mancanza di abitudine.

L’ascolto di sé e in particolare l’ascolto del proprio dolore può avvenire a diversi livelli: un livello corporeo legato al tipo di sensazioni percepite, un livello emozionale che può indicare come si sta vivendo questo dolore.

Inizialmente può essere difficile, fastidioso addentrarsi in questo tipo di ascolto, tuttavia con una guida, con un po’ di pratica personale le sorprese che potrebbero derivarne sarebbero molto positive. Inoltre il dolore stesso, quando è “guardato” in modo diverso, automaticamente cambia, diventa più tollerabile.

Esistono molteplici tecniche e modalità per mettersi in contatto con il proprio corpo: si citano solamente alcune come il breathwork, la mindfulness, il focusing, le tecniche di Feldenkrais, l’Oceanic BodyWork, …

Con queste ultime si cerca di dare valore alle proprie sensazioni, aumentando quella abilità che si chiama interocezione (vedi articolo).

Ciò che è importante è che ciascuno si metta in contatto con il proprio sé, scegliendo la modalità che più gli si addice, in modo da facilitarsi in questo meraviglioso processo.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Craig AD – How do you feel? – Princeton University Press 2015

A Damasio – Lo strano ordine delle cose – Ed. Adelphi 2018

ET Gendlin – Focusing. Interrogare il corpo per cambiare la psiche – Ed. Astrolabio

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